Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Di Marco Cameroni Ci risiamo. A proposte elaborate nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini, ad argomenti convincenti, solidi c’è chi risponde con slogan, demagogia, coperta con un velo patriottico risibile, almeno per chi si dà la pena di chinarsi con attenzione sulla revisione parziale della legge sulle armi. Qualche esempio.

Fermiamo il diktat dell’Unione europea.

Ma quale diktat? Da una decina d’anni la Svizzera collabora strettamente con gli Stati europei nei campi della sicurezza (accordo di Schengen) e dell’asilo (accordo di Dublino). Una collaborazione questa, sancita dal popolo, che ha così acconsentito alla trasposizione delle modifiche delle normative europee nel diritto svizzero. Una trasposizione non automatica: il Consiglio federale e il Parlamento possono decidere. In caso di referendum pure le cittadine e i cittadini.

Il nostro Paese ha partecipato, democraticamente, ai lavori di modifica della direttiva comunitaria, bloccando così, insieme ad altri Stati, norme più estese che avrebbero potuto, scrive il nostro Governo, mettere a repentaglio l’antica e pacifica tradizione elvetica del tiro. Dunque è menzognero parlare e scrivere di imposizione europea.

Un diktat che ci disarma, affermano i contrari.

La realtà è ben diversa. Come sinora, i militi potranno portarsi a casa senza complicazioni il fucile d’assalto al termine del servizio. Come sinora, cacciatori e tiratori potranno esercitare l’attività venatoria e quella sportiva preferita. Sono in arrivo soltanto due novità riguardanti le armi. Non soltanto ragionevoli bensì anche indispensabili se si pensa a quanto accade ai nostri tempi e a quanto potrebbe accadere, anche da noi. La prima ha l’obbiettivo di contenere l’abuso e di meglio combattere il mercato nero. La seconda prende di mira, vietandole, le armi semiautomatiche, precisamente quelle dotate di un caricatore ad alta capacità di colpi, quelle acquistabili legalmente in un negozio che possono essere trasformate con facilità in un fucile a raffica. V’è da notare che tali armi non sono escluse dal tiro di natura sportiva. Il permesso d’acquisto sarà sostituito da un’autorizzazione eccezionale.

L’accoglienza della direttiva UE è inutile perché non impedirebbe né gli atti terroristici né la criminalità né i suicidi.

Ah, sì?! Si è già dimenticata la recente carneficina di Christchurch, dove un assassino imbevuto di odio ha commesso una strage, assassinando cinquanta persone con un solo fucile semiautomatico?

Si è già dimenticata quella di Zugo, che aveva raggelato il Paese nel 2001? Quando un cittadino svizzero, incensurato, imbracciando un fucile semiautomatico, aveva freddato 14 persone nel Parlamento cantonale?

Si è già dimenticato il fresco arresto di uno studente sospettato della pianificazione di un massacro alla Scuola di commercio di Bellinzona, qui tra noi? Oltre a un fucile semiautomatico disponeva di altre sedici armi da fuoco.

È inutile, si legge ancora in un volantino, perché comporta, tra l’altro, dispendio di tempo.

Il solito, raffermo, argomento dell’insopportabile carico burocratico. Una replica assai significativa è quella di Christoph Virchow, un appassionato cacciatore glaronese: «Chi non è in grado di riempire un formulario non ha bisogno di un fucile semiautomatico».

La trasposizione è pericolosa perché distoglie la polizia dal suo lavoro effettivo.

Beh, mi risulta il contrario. La modifica della direttiva dell’Unione europea sulle armi accolta nel nostro diritto permetterebbe a forze di polizia, magistrati, autorità di arrestare, inquisire, portare in tribunale i criminali grazie allo scambio di informazioni garantito dagli accordi di Schengen. Secondo le statistiche, tale sistema ha già permesso l’arresto di oltre quattro mila persone, 600 nel solo 2017. Migliorerebbe inoltre, e di molto, il lavoro transfrontaliero degli agenti, aumentando nel contempo la sicurezza del Paese. Ecco, la sicurezza.

Sarebbe indebolita, eccome, da un no. Non è tutto. Anche le altre conseguenze di un rifiuto sarebbero pesanti assai. Perché, con ogni probabilità, il diniego porterà all’uscita dagli accordi di Schengen e Dublino, così vantaggiosi per la Confederazione. Grazie al primo possiamo muoverci liberamente in Europa, senza intoppi e senza controlli alle frontiere. La Svizzera si troverebbe inoltre fuori dallo spazio europeo comune di segnalazioni, che si estende da Capo Nord alla Sicilia. Senza Schengen la polizia potrebbe ritrovarsi cieca e sorda. Senza Schengen sorgerebbero danni significativi per il turismo. I viaggiatori dovranno infatti procurarsi un visto supplementare per poter varcare i nostri confini. Senza Dublino poi ogni richiedente l’asilo allontanato da uno degli Stati firmatari potrebbe tentare la fortuna da noi. Uno svantaggio non di poco conto per il nostro sistema. La fine di questo sodalizio sarebbe una minaccia anche per gli accordi bilaterali con l’Unione europea, che contribuiscono in maniera decisiva alla prosperità del nostro Paese.

Gli avversari tendono a sminuire questa possibilità. A torto. Cito dall’opuscolo informativo del Consiglio federale. «Qualora la Svizzera non recepisca tali sviluppi nel suo diritto interno, gli accordi relativi a Schengen e Dublino cessano automaticamente di essere applicabili nel nostro Paese, a meno che il Comitato misto non decida altrimenti entro 90 giorni. In questo Comitato sono rappresentati la Svizzera, la Commissione europea e tutti gli Stati membri dell’UE. La decisione di proseguire la collaborazione dev’essere presa all’unanimità». Già, all’unanimità… È difficile assai crederci, con il vento che tira.

Un no è leggerezza, incoscienza, irresponsabilità.

Opinione di Marco Cameroni, già console generale

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 07.05.2019