Ma quale «diktat» dell’UE?

Ma quale «diktat» dell’UE?

Di Carlo Lepori – La modifica della legge sulle armi, che riprende la direttiva dei Paesi firmatari degli accordi di Schengen/ Dublino, ha suscitato reazioni a dir poco esagerate: le restrizioni all’acquisto di armi semiautomatiche sono modeste e poco limitative. Pensiamo alla Nuova Zelanda che dopo gli assassinii di Christchurch ha messo subito fuori legge tutte le armi semiautomatiche. O invece all’obbligo per chi si dichiara tiratore di provarlo dopo cinque anni! Anche oggi il permesso di acquisto di armi semiautomatiche è concesso solo a chi dichiara di usarle per il tiro, la caccia e la collezione. Autodichiarazione che non viene controllata (si veda la mia interrogazione «La legge delle armi»). In realtà soldati, tiratori, cacciatori e collezionisti dovrebbero essere contenti che il loro interesse per le armi (anche semiautomatiche) sia preso sul serio e rispettato, distinguendoli da quelli che vorrebbero possedere armi pericolose senza saperle usare. Stupiscono quindi le reazioni degli ufficiali del nostro esercito e della Comunità di interessi del tiro svizzero (promotrice del referendum e presieduta da Luca Filippini, segretario generale del Dipartimento delle istituzioni!) perché la tradizione elvetica del tiro e del milite armato non viene messa in discussione in alcun modo. Evidente invece la necessità di tirare in ballo l’Unione europea e il suo «diktat»: il riferimento all’UE che «ci detta legge» è utile per far scattare un’opposizione automatica. Purtroppo, per i referendisti, anche questa storia del «diktat» è campata per aria. La Svizzera è un Paese membro a tutti gli effetti degli accordi di Schengen/Dublino. Ha partecipato alla pari degli altri Paesi alle discussioni sulla prevenzione della diffusione delle armi pericolose. Ha evitato, con altri Paesi, una messa al bando totale, ottenendo una direttiva poco incisiva. Non solo, potendo partecipare alle discussioni (cosa che non può fare di solito con l’UE), ha ottenuto un mucchio di eccezioni per permettere l’accesso di soldati, tiratori, cacciatori e collezionisti alle armi semiautomatiche. E ricordiamo che il fucile d’assalto è in realtà un’arma automatica, che può sparare a raffica.

Non un «diktat» quindi, ma un accordo tra pari, dove ognuno ha cercato di ottenere il massimo dal suo punto di vista. E anche il rischio di far saltare tutto l’accordo di Schengen/Dublino, se la Svizzera dovesse votare no, non è una minaccia, né un ricatto. È noto che la Svizzera approfitta dell’accordo di Dublino per una politica molto problematica dei rifugiati, ricacciandone gran parte nel primo Paese dell’accordo di Dublino dove sono arrivati. E nessuno mette in dubbio l’utilità delle collaborazioni con i Paesi di Schengen per le polizie svizzere. Ma gli accordi prevedono l’uscita automatica per chi non rispetta le direttive concordate. E non è vero quello che raccontano i contrari, che l’UE sarà condiscendente con noi, come hanno già sperato ai tempi dell’«immigrazione di massa». La Cechia per esempio ha inoltrato un ricorso alla Corte europea, considerando discriminatorie le eccezioni concesse alla Svizzera. L’avvocata generale, che ha preparato la sentenza, ha respinto le critiche della Cechia e la Corte di solito segue le preposte degli avvocati generali. Questo per far capire che un’apertura dell’UE verso una Svizzera riottosa è impossibile: per evitare l’espulsione sarebbe necessaria l’unanimità e almeno la Cechia non sembra molto disponibile. Sì, alla moderata riforma della legge sulle armi e alla ripresa, con tante eccezioni, della direttiva sulle armi di Schengen/Dublino.

*deputato del PS in Gran Consiglio, membro di comitato NUMES Ticino

Apparso sul Corriere del Ticino, 07.05.2019