Legge sulle armi al passo con i tempi

Legge sulle armi al passo con i tempi

Di Fabio Abate – Il dibattito sulla revisione della Legge sulle armi ha visto nelle ultime settimane i fronti contrapposti snocciolare tutte le argomentazioni possibili e immaginabili. Con questo breve intervento non intendo riproporre quanto già detto e scritto. Mi limito a ricordare di aver sostenuto la revisione in Parlamento con le stesse argomentazioni che in particolare i colleghi di Deputazione alle Camere federali favorevoli alla revisione hanno proposto in modo esaustivo. Non le ripeto. Mi interessa invece riprendere un’affermazione che ha completato l’apparato di difesa dei contrari, ossia la convinzione di votare una legge che indebolisce, o addirittura compromette in questo ambito particolare, il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. In effetti, soprattutto durante il secondo dopoguerra e contestualmente alla crescita demografica, il dovere di conservare un’arma da guerra sull’arco di una lunga stagione di obblighi militari ha permesso la diffusione di una vera e propria convivenza con questa arma, normalizzandone il rapporto. Ciò è avvenuto anche e soprattutto negli agglomerati urbani, lontani dai tradizionali luoghi di dimora dei cacciatori e dei tiratori.

Anche la mia generazione, obbligata a riservare alle armi uno spazio in cantina o in qualche armadio, ha interpretato questo rapporto come un diritto, anche con orgoglio. Le istituzioni del Nostro Paese hanno sempre promosso l’idea di un cittadino armato che non deve suscitare sentimenti di preoccupazione, poiché noi svizzeri godiamo di un rapporto di fiducia che lo Stato ha attestato senza indugio tramite il possesso autorizzato di armi di vario genere, non da ultimo quelle non accessibili a chicchessia e che hanno imposto un’istruzione all’uso.

Questa fiducia è sempre stata ricambiata con un comportamento irreprensibile di quasi tutta la cittadinanza, capace di dimostrare il rispetto delle regole di convivenza, nonché delle istituzioni. Nulla a che vedere con il modello americano di società, in cui i cittadini si armano, sostituendosi allo Stato per tutelarsi. Questo principio trova il suo fondamento nel secondo emendamento del Bill of rights, ossia la Carta dei diritti che dal 1791 segue la Costituzione. In Svizzera non esiste un diritto fondamentale garantito dalla Nostra Costituzione al possesso delle armi. Anzi, la Costituzione federale all’articolo 107 sancisce la competenza della Confederazione ad emanare prescrizioni contro l’abuso delle armi, accessori di armi e munizioni.

Fatte queste precisazioni, a pochi giorni dal voto, capisco l’indignazione del collezionista, dell’appassionato, ossia di coloro che esercitano ancora oggi questi diritti che derivano da un rapporto radicato di fiducia, mai tradito con un comportamento inadeguato, anche solo negligente nel rispetto delle prescrizioni di sicurezza. Ma la società del Nostro Paese non è più quella del cittadino soldato; l’inizio del processo di trasformazione risale forse all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. La popolazione è aumentata e soprattutto spicca nella sua eterogeneità, confrontando il “vecchio” cittadino soldato ad altri modelli, assolutamente estranei al possesso di un’arma. Ricordo durante la sessione extra muros a Flims nel 2006 un acceso dibattito nel mio gruppo parlamentare sulla revisione della legge sulle armi voluta dal Consiglio federale per uniformare l’applicazione delle norme, in modo tale da armonizzare la prassi in vigore nei singoli cantoni. La discussione riguardava il diritto di portare a casa armi militari e munizioni. Le voci contrarie giunsero da figure femminili. Fu interessante constatare la sorpresa e soprattutto percepire malcelati sentimenti di fastidio di coloro che insistevano con la difesa di valori e diritti appartenenti ad un modello di società, in cui l’accettazione e la tolleranza da parte delle donne dei rapporti tra cittadini svizzeri e armi erano assodate. Di certo queste voci dissidenti si sono moltiplicate e rispecchiano altre aspettative per quanto concerne i rapporti di fiducia tra cittadinanza e Stato. Questa revisione di legge limita l’accesso a determinate armi. Non è un atto di tradimento verso persone oneste e capaci di coltivare il proprio hobby in modo affidabile. Tiene in considerazione interessi superiori e preponderanti che riguardano tutta la cittadinanza.

Pubblicato su La Regione, 11 maggio 2019