Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Di Marco Cameroni Ci risiamo. A proposte elaborate nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini, ad argomenti convincenti, solidi c’è chi risponde con slogan, demagogia, coperta con un velo patriottico risibile, almeno per chi si dà la pena di chinarsi con attenzione sulla revisione parziale della legge sulle armi. Qualche esempio.

Fermiamo il diktat dell’Unione europea.

Ma quale diktat? Da una decina d’anni la Svizzera collabora strettamente con gli Stati europei nei campi della sicurezza (accordo di Schengen) e dell’asilo (accordo di Dublino). Una collaborazione questa, sancita dal popolo, che ha così acconsentito alla trasposizione delle modifiche delle normative europee nel diritto svizzero. Una trasposizione non automatica: il Consiglio federale e il Parlamento possono decidere. In caso di referendum pure le cittadine e i cittadini.

Il nostro Paese ha partecipato, democraticamente, ai lavori di modifica della direttiva comunitaria, bloccando così, insieme ad altri Stati, norme più estese che avrebbero potuto, scrive il nostro Governo, mettere a repentaglio l’antica e pacifica tradizione elvetica del tiro. Dunque è menzognero parlare e scrivere di imposizione europea.

Un diktat che ci disarma, affermano i contrari.

La realtà è ben diversa. Come sinora, i militi potranno portarsi a casa senza complicazioni il fucile d’assalto al termine del servizio. Come sinora, cacciatori e tiratori potranno esercitare l’attività venatoria e quella sportiva preferita. Sono in arrivo soltanto due novità riguardanti le armi. Non soltanto ragionevoli bensì anche indispensabili se si pensa a quanto accade ai nostri tempi e a quanto potrebbe accadere, anche da noi. La prima ha l’obbiettivo di contenere l’abuso e di meglio combattere il mercato nero. La seconda prende di mira, vietandole, le armi semiautomatiche, precisamente quelle dotate di un caricatore ad alta capacità di colpi, quelle acquistabili legalmente in un negozio che possono essere trasformate con facilità in un fucile a raffica. V’è da notare che tali armi non sono escluse dal tiro di natura sportiva. Il permesso d’acquisto sarà sostituito da un’autorizzazione eccezionale.

L’accoglienza della direttiva UE è inutile perché non impedirebbe né gli atti terroristici né la criminalità né i suicidi.

Ah, sì?! Si è già dimenticata la recente carneficina di Christchurch, dove un assassino imbevuto di odio ha commesso una strage, assassinando cinquanta persone con un solo fucile semiautomatico?

Si è già dimenticata quella di Zugo, che aveva raggelato il Paese nel 2001? Quando un cittadino svizzero, incensurato, imbracciando un fucile semiautomatico, aveva freddato 14 persone nel Parlamento cantonale?

Si è già dimenticato il fresco arresto di uno studente sospettato della pianificazione di un massacro alla Scuola di commercio di Bellinzona, qui tra noi? Oltre a un fucile semiautomatico disponeva di altre sedici armi da fuoco.

È inutile, si legge ancora in un volantino, perché comporta, tra l’altro, dispendio di tempo.

Il solito, raffermo, argomento dell’insopportabile carico burocratico. Una replica assai significativa è quella di Christoph Virchow, un appassionato cacciatore glaronese: «Chi non è in grado di riempire un formulario non ha bisogno di un fucile semiautomatico».

La trasposizione è pericolosa perché distoglie la polizia dal suo lavoro effettivo.

Beh, mi risulta il contrario. La modifica della direttiva dell’Unione europea sulle armi accolta nel nostro diritto permetterebbe a forze di polizia, magistrati, autorità di arrestare, inquisire, portare in tribunale i criminali grazie allo scambio di informazioni garantito dagli accordi di Schengen. Secondo le statistiche, tale sistema ha già permesso l’arresto di oltre quattro mila persone, 600 nel solo 2017. Migliorerebbe inoltre, e di molto, il lavoro transfrontaliero degli agenti, aumentando nel contempo la sicurezza del Paese. Ecco, la sicurezza.

Sarebbe indebolita, eccome, da un no. Non è tutto. Anche le altre conseguenze di un rifiuto sarebbero pesanti assai. Perché, con ogni probabilità, il diniego porterà all’uscita dagli accordi di Schengen e Dublino, così vantaggiosi per la Confederazione. Grazie al primo possiamo muoverci liberamente in Europa, senza intoppi e senza controlli alle frontiere. La Svizzera si troverebbe inoltre fuori dallo spazio europeo comune di segnalazioni, che si estende da Capo Nord alla Sicilia. Senza Schengen la polizia potrebbe ritrovarsi cieca e sorda. Senza Schengen sorgerebbero danni significativi per il turismo. I viaggiatori dovranno infatti procurarsi un visto supplementare per poter varcare i nostri confini. Senza Dublino poi ogni richiedente l’asilo allontanato da uno degli Stati firmatari potrebbe tentare la fortuna da noi. Uno svantaggio non di poco conto per il nostro sistema. La fine di questo sodalizio sarebbe una minaccia anche per gli accordi bilaterali con l’Unione europea, che contribuiscono in maniera decisiva alla prosperità del nostro Paese.

Gli avversari tendono a sminuire questa possibilità. A torto. Cito dall’opuscolo informativo del Consiglio federale. «Qualora la Svizzera non recepisca tali sviluppi nel suo diritto interno, gli accordi relativi a Schengen e Dublino cessano automaticamente di essere applicabili nel nostro Paese, a meno che il Comitato misto non decida altrimenti entro 90 giorni. In questo Comitato sono rappresentati la Svizzera, la Commissione europea e tutti gli Stati membri dell’UE. La decisione di proseguire la collaborazione dev’essere presa all’unanimità». Già, all’unanimità… È difficile assai crederci, con il vento che tira.

Un no è leggerezza, incoscienza, irresponsabilità.

Opinione di Marco Cameroni, già console generale

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 07.05.2019

Il voto sulle armi e l’Unione europea

Il voto sulle armi e l’Unione europea

Di Manuele Bertoli –  La modesta restrizione inerente all’uso delle armi su cui voteremo il 19 maggio è un piccolo passo verso qualcosa che dovremmo tutti vedere con favore, ovvero il maggior controllo su questi strumenti pericolosi. Se c’è qualcuno che ama usare le armi al poligono di tiro, rispettivamente collezionarle, ben per lui, ma queste sono attività che non vengono in nessun modo ostacolate dalla riforma in votazione e che devono essere, giustamente, ben controllate, perché una società con meno armi in circolazione è una società più sicura.

Potremmo finire qui, nel segno del «tanto rumore per nulla». La campagna ha però tirato in ballo anche l’Unione europea, sbandierata dai contrari alla riforma come il grande nemico che ci impone questo e quello per cercare di trasformare questo voto in qualcosa di più grande. In realtà va ricordato che sono stati gli svizzeri ad aver democraticamente deciso di aderire al trattato Schengen/Dublino, adesione che non era obbligatoria, che non è stata imposta da nessuno, ma era semplicemente nell’interesse della Svizzera e dei suoi cittadini. Non c’è stato nessun diktat allora, quando si trattò di aderire al trattato, come non c’è questa volta. Ogni contratto può essere sottoscritto o meno, mantenuto o disdetto, bisogna solo sapere cosa si guadagna e cosa si perde.

E in questo caso, qualora si decidesse per il no, a fronte di una cosa già di per sé negativa, come il mantenimento di una maggior libertà per la circolazione delle armi, ne avremmo una anche peggiore, ovvero l’uscita da Schengen/Dublino. Perché questa sarebbe la conseguenza pratica di una vittoria dei referendisti: meno sicurezza per tutti, la quasi impossibilità di collaborare internazionalmente grazie alla banca dati centrale che collega tutti i Paesi aderenti, e il mantenimento di un regime troppo libero per le armi che non è nell’interesse di nessuno.

Tutti motivi per dire sì il prossimo 19 maggio: per un Paese che vuole controllare le armi al suo interno e vuole continuare a collaborare efficacemente con quelli vicini in ambito di sicurezza contro il crimine.

Opinione di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato

Pubblicato su Corriere del Ticino, 06.05.2019

Ma quale «diktat» dell’UE?

Ma quale «diktat» dell’UE?

Di Carlo Lepori – La modifica della legge sulle armi, che riprende la direttiva dei Paesi firmatari degli accordi di Schengen/ Dublino, ha suscitato reazioni a dir poco esagerate: le restrizioni all’acquisto di armi semiautomatiche sono modeste e poco limitative. Pensiamo alla Nuova Zelanda che dopo gli assassinii di Christchurch ha messo subito fuori legge tutte le armi semiautomatiche. O invece all’obbligo per chi si dichiara tiratore di provarlo dopo cinque anni! Anche oggi il permesso di acquisto di armi semiautomatiche è concesso solo a chi dichiara di usarle per il tiro, la caccia e la collezione. Autodichiarazione che non viene controllata (si veda la mia interrogazione «La legge delle armi»). In realtà soldati, tiratori, cacciatori e collezionisti dovrebbero essere contenti che il loro interesse per le armi (anche semiautomatiche) sia preso sul serio e rispettato, distinguendoli da quelli che vorrebbero possedere armi pericolose senza saperle usare. Stupiscono quindi le reazioni degli ufficiali del nostro esercito e della Comunità di interessi del tiro svizzero (promotrice del referendum e presieduta da Luca Filippini, segretario generale del Dipartimento delle istituzioni!) perché la tradizione elvetica del tiro e del milite armato non viene messa in discussione in alcun modo. Evidente invece la necessità di tirare in ballo l’Unione europea e il suo «diktat»: il riferimento all’UE che «ci detta legge» è utile per far scattare un’opposizione automatica. Purtroppo, per i referendisti, anche questa storia del «diktat» è campata per aria. La Svizzera è un Paese membro a tutti gli effetti degli accordi di Schengen/Dublino. Ha partecipato alla pari degli altri Paesi alle discussioni sulla prevenzione della diffusione delle armi pericolose. Ha evitato, con altri Paesi, una messa al bando totale, ottenendo una direttiva poco incisiva. Non solo, potendo partecipare alle discussioni (cosa che non può fare di solito con l’UE), ha ottenuto un mucchio di eccezioni per permettere l’accesso di soldati, tiratori, cacciatori e collezionisti alle armi semiautomatiche. E ricordiamo che il fucile d’assalto è in realtà un’arma automatica, che può sparare a raffica.

Non un «diktat» quindi, ma un accordo tra pari, dove ognuno ha cercato di ottenere il massimo dal suo punto di vista. E anche il rischio di far saltare tutto l’accordo di Schengen/Dublino, se la Svizzera dovesse votare no, non è una minaccia, né un ricatto. È noto che la Svizzera approfitta dell’accordo di Dublino per una politica molto problematica dei rifugiati, ricacciandone gran parte nel primo Paese dell’accordo di Dublino dove sono arrivati. E nessuno mette in dubbio l’utilità delle collaborazioni con i Paesi di Schengen per le polizie svizzere. Ma gli accordi prevedono l’uscita automatica per chi non rispetta le direttive concordate. E non è vero quello che raccontano i contrari, che l’UE sarà condiscendente con noi, come hanno già sperato ai tempi dell’«immigrazione di massa». La Cechia per esempio ha inoltrato un ricorso alla Corte europea, considerando discriminatorie le eccezioni concesse alla Svizzera. L’avvocata generale, che ha preparato la sentenza, ha respinto le critiche della Cechia e la Corte di solito segue le preposte degli avvocati generali. Questo per far capire che un’apertura dell’UE verso una Svizzera riottosa è impossibile: per evitare l’espulsione sarebbe necessaria l’unanimità e almeno la Cechia non sembra molto disponibile. Sì, alla moderata riforma della legge sulle armi e alla ripresa, con tante eccezioni, della direttiva sulle armi di Schengen/Dublino.

*deputato del PS in Gran Consiglio, membro di comitato NUMES Ticino

Apparso sul Corriere del Ticino, 07.05.2019

Ancora di sicurezza e tradizioni svizzere

Ancora di sicurezza e tradizioni svizzere

Di Mario BrandaRicordo l’attentato nel 2015 al teatro Bataclan di Parigi condotto con fucili per il tiro a raffica e quello, con uguali mezzi, sui Champs-Elysées nel 2017. Tanti morti. Rammento un anno fa l’impressione suscitata in Ticino dal ragazzo sospettato di aver progettato un attentato alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona. E ricordo, di quella storia, l’immagine, pubblicata sui nostri media, tolta dal suo profilo Facebook, del giovane che imbracciava un kalashnikov accompagnata dalla notizia dell’arsenale trovato in casa sua. E la logica domanda: ma dove le aveva trovate tutte quelle armi? Rispondendo a un’interpellanza di Matteo Quadranti, il Consiglio di Stato spiegò che le aveva acquistate da armaioli svizzeri. Da magistrato prima e da sindaco poi, ma anche da semplice cittadino, ho sempre considerato la sicurezza un elemento basilare della qualità di vita di un Paese, anche del nostro. Quando manca, la sicurezza, è difficile pensare e discutere serenamente d’altro.

La sicurezza richiede attenzione e sensibilità a più livelli, in più ambiti: sociale, culturale ma anche istituzionale. È la ragione per cui vogliamo Corpi di polizia con agenti ben formati, in numero sufficiente e dotati delle risorse per svolgere nel migliore dei modi il loro difficile compito. Ma sicurezza, lo sappiamo, è anche prevenzione. Ed allora mi tornano incomprensibili le obiezioni alla prospettata modifica della legge federale sulle armi in votazione il prossimo 19 maggio. Modifiche che in tutta Europa ma anche da noi sono intese a fare in modo che l’accesso ad armi semiautomatiche – per intenderci fucili e pistole mitragliatrici(!) – sia reso più difficile e, in ogni caso, più sorvegliabile (dalla polizia!).

I referendisti sostengono che tali limitazioni siano contrarie a usi e consuetudini elvetiche. Teniamo tutti in alta considerazione la storia e le tradizioni del nostro Paese. Sono fiero che Bellinzona tra quattro anni possa ospitare la Festa federale di musica popolare: migliaia di gruppi musicali giungeranno da noi da ogni angolo del Paese e ci arricchiranno con i propri costumi e le proprie tradizioni musicali. Non riesco invece a capire – ed è la ragione per cui spero che i cittadini svizzeri votino “Sì” alla proposta di modifica legislativa il prossimo 19 maggio – cosa c’entrino con le nostre radicate tradizioni i Kalashnikov e tutte le armi da sparo con caricatori “ad alta capacità di colpi e di fuoco letale!”.

Opinione di Mario Branda, sindaco di Bellinzona

Articolo apparso su La Regione, 04.05.2019

Rafforzare la protezione dalla violenza armata

Rafforzare la protezione dalla violenza armata

Di Manon Schick Le armi da fuoco uccidono. Sembra lapalissiano dirlo, ma è necessario ricordarlo nell’ambito della votazione del 19 maggio sulla revisione della Legge sulle armi. E poiché le armi non sono dei giocattoli è fondamentale limitarne la circolazione. È necessario assicurarsi che l’accesso alle armi semi-automatiche, che hanno permesso attacchi sanguinari negli scorsi anni in Europa e negli Stati Uniti, sia limitato alle forze di polizia e all’esercito. Queste armi devono essere accessibili ai tiratori e alle tiratrici sportivi solo se questi possono dimostrare di allenarsi regolarmente e di partecipare alle competizioni. Chi si oppone a questa legge tenta di farci credere che gli appassionati di tiro sportivo, i collezionisti di vecchi moschettoni o i soldati saranno penalizzati dalla nuova legislazione. Questo è semplicemente falso: la Svizzera ha negoziato delle eccezioni nell’applicazione della direttiva. I detentori di armi le dovranno semplicemente registrate o presentare l’attestazione di un club di tiro per continuare a tenerle in casa. Ma perché limitare l’accesso alle armi da fuoco?

Perché l’esperienza degli ultimi decenni dimostra che più la Svizzera si muove in questo senso, minore è il numero di suicidi e di omicidi con arma da fuoco. Nel 1998 si recensivano 460 vittime di violenza armata: una cifra oggi dimezzata. Ora, grazie all’introduzione della Legge federale sulle armi nel 1999 e ai numerosi miglioramenti introdotti nella nostra legislazione, si contano “solo” 200 vittime all’anno. Ma si tratta comunque di 200 vittime di troppo. Un inasprimento della nostra legge è necessario e poiché l’Unione Europea ha rivisto la propria direttiva sulle armi per meglio controllare la detenzione di armi leggere da parte dei privati, la Svizzera ha l’occasione di fare lo stesso.

Un miliardo di armi da fuoco è attualmente in circolazione nel mondo. L’85% di queste è in mano ai civili. Inoltre mezzo milione di persone è ucciso ogni anno da queste armi. È fondamentale meglio controllare le armi e il loro commercio, a livello nazionale e internazionale.

In alcuni paesi la violenza causata dalle armi da fuoco ha degli effetti tragici. Negli Stati Uniti, nel 2016, oltre 38’000 persone sono state uccise e 116’000 sono state ferite da armi da fuoco. Questo rappresenta in media 104 persone uccise al giorno. Il governo statunitense privilegia la detenzione di armi da fuoco a scapito dei diritti fondamentali e della sicurezza dei suoi cittadini. La Svizzera ha l’occasione di rafforzare la protezione delle proprie cittadini e dei propri cittadini contro la violenza armata. Non lasciamoci scappare questa opportunità e votiamo “sì” alla nuova legge sulle armi.

Opinione di Manon Schick, direttrice Amnesty International Svizzera

Apparso su La Regione, 07.05.2019

Appello di Ex-magistrati penali per il SÌ

Appello di Ex-magistrati penali per il SÌ

Appello di Ex-magistrati penali

SÌ alla revisione della legge sulle armi il prossimo 19 maggio

Tutte le autorità federali e cantonali responsabili per la lotta anticrimine sostengono la nuova legge federale sulle armi. Come magistrati dell’Ordine giudiziario penale abbiamo tutti avuto esperienza di bande criminali che si sono rifornite di armi nei negozi svizzeri. Hanno gravemente abusato delle tradizioni svizzere di libertà. Continueranno ad abusarne se non ci sarà il divieto previsto dalla nuova legge federale sulle armi: vietato il commercio di fucili semiautomatici e vietato il tiro a raffica.

Purtroppo troppi criminali hanno scavalcato le regole svizzere, usando intermediari incensurati e documenti di identità falsificati. Hanno facilmente trasformato fucili semiautomatici in fucili a raffica. Proprio per questo motivo il Parlamento della Nuova Zelanda, dopo la strage a Christchurch di oltre cinquanta persone, ha immediatamente approvato una legge con lo stesso divieto.

Tutti dobbiamo evitare rischi come quello corso dagli studenti della Scuola cantonale di commercio di Bellinzona lo scorso mese di maggio e i rischi che corrono giorno e notte gli agenti della Polizia e del Corpo delle guardie di confine. Sono loro in pericolo, e non la caccia e il tiro sportivo, riguardo ai quali la nuova legge federale esclude esplicitamente ogni limitazione di acquisto. Anche per queste ragioni invitiamo elettrici ed elettori a votare Sì a favore della revisione della Legge federale sulle armi in votazione il prossimo 19 maggio.

Firmatari dell’appello:

Bruno Balestra
Paolo Bernasconi
Marco Bertoli
Mario Branda
Jacques Ducry
Fabrizio Eggenschwyler
Luca Maghetti
Dick Marty
Luigi Mattei
Edy Meli
Marco Mona
John Noseda
Renzo Respini
Pietro Simona
Emanuele Stauffer
Giordano Zeli

Sulle armi una restrizione di buon senso

Sulle armi una restrizione di buon senso

Di Morena FerrariSi potrebbe pensare che le armi da fuoco non siano cose da donne. Infatti, ce ne sono poche che vanno a caccia e poche nei poligoni di tiro. Ma quando guardiamo gli spaventosi fucili da guerra esposti nelle vetrine dei negozi degli armaioli nelle città svizzere, allora non possiamo rimanere indifferenti. La nuova legge federale che dobbiamo approvare nella prossima votazione popolare prevede finalmente il divieto di comperare i fucili che possono sparare a raffica. Già oggi si possono comperare fucili che contengono 20 cartucce in un caricatore, però devono essere modificati in modo da non poter sparare a raffica.

Per quanto io non armeggi armi, mi è stato spiegato che è facilissimo togliere questo congegno e quindi usare questo fucile come un normalissimo fucile d’assalto. Con tutto quello che succede e sta succedendo nel mondo ma anche dalle nostre parti, come donna, come politico e soprattutto come cittadina, sento il dovere di porre un freno, o quanto meno un atto di prevenzione verso la crescente violenza. Preferisco proibire fucili piuttosto che sottoscrivere uno Stato poliziesco. Rabbrividisco ricordando le stragi commesse da individui solitari usando fucili a raffica. Vi ricordate la strage al Gran Consiglio di Zugo? Furono uccisi 14 politici con il fucile mitragliatore da un solo uomo. Vi ricordate anche la probabile strage sventata alla Scuola di commercio di Bellinzona lo scorso mese di maggio? Tutte le armi sequestrate in casa di un ragazzo appena maggiorenne erano state vendute liberamente (bella libertà!) in negozi di armaioli in Svizzera.

Nessuna donna svizzera si sentirà disarmata dalla nuova legge che impedisce ai criminali di rifornirsi di armi da guerra presso gli armaioli svizzeri. Non sono in pericolo le nostre tradizioni (che il tiro sia uno sport di massa in Svizzera al giorno d’oggi ho qualche dubbio), non la nostra identità, ma la protezione della vita e della nostra serenità. I segnali di pericolo ci sono tutti: gli USA insegnano. I cacciatori potranno ancora andare a caccia, i tiratori sportivi potranno ancora esercitare così come le gare di tiro non saranno messe al bando e i soldati possono tenersi a casa il loro fucile.

È una misura di buon senso che, non da ultimo, mantiene quegli accordi che ci permettono di svolgere al meglio le collaborazioni in materia di sicurezza, politica d’asilo, turismo ed economia. Perciò raccomando di votare sì e di far votare sì alla nuova legge federale in votazione il 19 maggio.

Opinione di Morena Ferrari Gamba, vicepresidente del PLR di Lugano e consigliera comunale a Lugano
Lettera pubblicata su Corriere del Ticino, 30 aprile 2019

Supermercato delle armi

Supermercato delle armi

Di Paolo Bernasconi – Christchurch: con un solo fucile semiautomatico, una strage di cinquanta persone. Reazione immediata del Parlamento della Nuova Zelanda: divieto di vendita di fucili semiautomatici. Infatti, era stata dimostrata la facilità con cui si può trasformare un fucile semiautomatico, acquistabile legalmente in negozio, in un fucile a raffica. È lo stesso divieto che il Parlamento svizzero decise mediante la nuova legge sulle armi in votazione il 19 maggio. È lo stesso divieto necessario per evitare che un diciottenne possa entrare in possesso di un’arma da guerra tipo Kalashnikov AK 47, trovato in possesso, il maggio scorso, dello studente della Scuola cantonale di commercio di Bellinzona, arrestato dalla polizia in prevenzione di gravi disastri.

Di armi da fuoco, tutte acquistate in negozio in Svizzera, la polizia gliene aveva sequestrate ben 17. Le lacune del supermercato svizzero delle armi sono ben conosciute da anni. Le conoscono specialmente i criminali operativi sia in Svizzera che all’estero: sanno che basta trovare un intermediario incensurato o un collezionista compiacente. Ciò è stato dimostrato da numerose inchieste italo-svizzere della polizia contro mafia, camorra e ’ndrangheta calabrese, comprese quelle che operano vicino al confine ticinese.

Sono le autorità giudiziarie e di polizia italiane che, collaborando con quelle ticinesi, precisano fra l’altro: “La criminalità calabrese si rifornisce in Svizzera poiché la ritiene un canale di approvvigionamento per così dire più tranquillo… Perché nella Confederazione le armi sono vendute liberamente. Basta quindi trovare un prestanome compiacente, qualche armiere non troppo scrupoloso e il gioco è fatto. È la legge svizzera che non le considera armi da guerra perché i modelli in commercio sparano soltanto colpi singoli, non a raffica. Ma basta una piccola modifica da parte degli armieri della malavita e la potenza di fuoco di quei fucili aumenta immediatamente“.

I cacciatori e i tiratori svizzeri non hanno nulla da temere dalla nuova legge: nessuno va a caccia o allo stand di tiro armato di fucili che possono sparare anche a raffica. Sono i venditori di armi che raccolgono soldi per sostenere la campagna dei referendisti contro la nuova legge; distribuiscono false notizie per non perdere possibilità di guadagno. I guadagni dovuti alla vendita di fucili semiautomatici mettono a rischio la vita delle persone, in primo luogo la vita degli agenti di polizia e di tutti coloro che lavorano sul confine per fermare i rapinatori e i terroristi. Il prossimo 19 maggio, senza esitazione, votiamo Sì alla nuova legge federale sulle armi.

Opinione di Paolo Bernasconi

Pubblicata su La Regione, 27 aprile 2019

MENO MITRAGLIATORI, MENO CRIMINALI

MENO MITRAGLIATORI, MENO CRIMINALI

Di Paolo Bernasconi – Un Kalashnikov in mano a un diciottenne, a Bellinzona. Venne arrestato, il maggio scorso, poiché accusato di mettere in pericolo i compagni della Scuola cantonale di commercio, utilizzando le sue armi da fuoco. Gliene vennero sequestrate 17, tutte comperate in negozi svizzeri. Persino un fucile del tipo AK-47 (come conferma il Consiglio di Stato il 27 giugno 2018). Si tratta della replica, ben funzionante, del Kalashnikov, una delle più temibili armi da guerra. Basta un cacciavite e spara anche a raffica. «In Svizzera le armi si comprano come le caramelle», dichiarò il pluriricercato Francesco Denaro, davanti alla Commissione parlamentare antimafia.

Nel marzo scorso la polizia di San Gallo sequestrò 280 pistole e fucili mitragliatori, munizioni, silenziatori e 1.300.000 franchi. Nel settembre 2015 vennero arrestate 25 persone della cosca Ferrazzo di Mesoraca, sequestrando fucili mitragliatori comperati in Svizzera: nelle loro intercettazioni parlavano chiaramente di come pistole e fucili provenissero dalla Svizzera. Nel luglio 2016 venne arrestato, in Francia, di rientro dalla Svizzera con tre pistole, il fornitore di armi di clan criminali marsigliesi. Poi, nel giugno scorso, venne arrestato un funzionario di polizia del Canton Svitto, accusato di commercio via darknet, al quale venne sequestrato un vero arsenale.

Una lista che potrebbe continuare ancora a lungo, nel passato e nel futuro. Ma per fermare questi abusi criminali il Parlamento svizzero prevede ora il divieto di commercio di armi semiautomatiche. Infatti si possono troppo facilmente modificare in armi per il tiro a raffica. Vietate anche quelle accorciabili, perché facili da nascondere sotto la giacca. Tutta roba prediletta anche da chi vuole usarle per minacce, sparatorie e altri scopi criminali.

Il Consiglio federale, i responsabili di giustizia e polizia federale e cantonale, tutti approvano la nuova legge federale sulle armi. Restrizione della libertà, ma soltanto quella dei criminali. Inoltre, sarà vietato sparare con armi a raffica. Ovviamente, la nuova legge esclude esplicitamente qualsiasi divieto a carico del tiro sportivo e della caccia (articolo 5 cpv. 4 e 5). I militari potranno tenersi ancora in casa l’arma di ordinanza (art. 5 cpv.1 let. b). Votiamo sì per la nuova legge federale: meno mitragliatori, meno criminali, meno vittime, meno pericoli per poliziotti e doganieri.

Paolo Bernasconi, già procuratore pubblico

Lettera pubblicata sul CdT venerdì 26 aprile 2019

Mancata strage alla Commercio, “a che punto sono le indagini?”

Mancata strage alla Commercio, “a che punto sono le indagini?”

Articolo apparso su Ticinonews.ch

Il deputato PLR Matteo Quadranti torna sul caso della sventata strage alla Commercio di Bellinzona con un nuovo atto parlamentare in cui chiede lumi al Governo sullo stato delle indagini. Come ricorderete, lo scorso anno è stato arrestato un 19enne per l’ipotesi di reato di atti preparatori per assassinio in quanto avrebbe potuto/voluto colpire la Scuola bellinzonese (vedi articoli suggeriti). Una delle armi rinvenute in possesso del giovane, un Kalashnikov AK-47, si era rivelata essere una replica del celebre fucile d’assalto semiautomatico, quindi acquisibile tramite un normale permesso d’acquisto, e non una vera e propria arma a raffica. Per Quadranti, però, vi sono ancora numerosi punti da chiarire.

“Il fatto suscitò una sfilza di interrogazioni tra cui quella del 13 maggio 2018 (n.78.18) del sottoscritto mediante la quale ponevo una decina di domande a cui in parte il Governo rispose il 27 giugno 2018 e in parte riferì di non poter rispondere vista l’inchiesta penale in corso – rammenta il deputato – Nella risposta il Governo indicava che l’arma in possesso del giovane non era un Kalashnikov AK-47 per il tiro a raffica, ma comunque una replica di un AK-47 semiautomatico, quindi acquisibile in Svizzera tramite un normale permesso d’acquisto in forza della legge svizzera sulle armi attualmente in vigore. A casa del giovane, oltre all’arma in oggetto era stato reperito un arsenale con 17 armi e vari proiettili (per i dettagli si rinvia ai Comunicati di Polizia). A tutt’oggi non è dato sapere all’interrogante come sia stato possibile acquistare tali armi e dove e di che tipo di armi si trattasse”.

Nel frattempo, prosegue Quadranti, “pare che presso gli armaioli della Svizzera interna si stia verificando un incremento della richiesta di quei fucili semiautomatici di cui la legge federale in votazione popolare il prossimo 19 maggio prevede il divieto di vendita”.