Blocher chieda scusa. La Svizzera non è un Paese di corrotti

Blocher chieda scusa. La Svizzera non è un Paese di corrotti

L’Associazione Uniti dal Diritto chiede un passo indietro dell’ex consigliere federale Christoph Blocher, che in un’inserzione aveva duramente criticato la politica elvetica in vista delle votazioni del 25 novembre, accusando di corruzione i politici svizzeri a tutti i livelli. La Svizzera secondo lui sarebbe despotica e corrotta, così come evidentemente i suoi cittadini che si mettono a disposizione per fare politica nei Comuni, nei Cantoni e a Berna. Affermazioni intollerabili per le quali Blocher deve scusarsi, per avere insultato i suoi colleghi in Parlamento, i suoi colleghi di partito, i suoi ex-colleghi in Consiglio federale e non da ultimo, i suoi concittadini.

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Iniziativa targata Udc sull’autodeterminazione: indignazione selettiva

Iniziativa targata Udc sull’autodeterminazione: indignazione selettiva

Uno degli argomenti a cui ricorre insistentemente l’Udc per giustificare l’iniziativa sull’autodeterminazione è il mancato rispetto della volontà popolare, particolarmente nel caso dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa. Questa argomentazione merita qualche considerazione. L’iniziativa in questione ottenne un’approvazione tutt’altro che di massa: essa fu approvata con un debolissimo 50,3% di sì. Un po’ migliore fu il risultato dei cantoni: 14,5 l’approvarono, mentre 8,5 la rifiutarono. Disaggregando il voto, si nota però un dato interessante: nel resto della Svizzera, senza il Ticino, l’iniziativa fu respinta dal 50,5% e approvata solo dal 49,5% dei votanti. Fu il massiccio voto favorevole del Ticino a far pendere la bilancia a favore del sì. Mi si dirà: discorso peregrino, poiché il Ticino fa parte a pieno titolo della Svizzera. Verissimo. Resta il fatto che politicamente il dato qui messo in evidenza ha la sua rilevanza: in altre parole una legge di applicazione “leggera” era politicamente giustificabile, indipendentemente dalle ripercussioni sui nostri rapporti con l’Ue. Un articolo costituzionale richiede sempre una legge di attuazione, soggetta a referendum: chi non è soddisfatto della legge di applicazione approvata dalle Camere federali può sempre lanciare un referendum. Se non lo fa, non può gridare al mancato rispetto della volontà popolare. E l’Udc si è ben guardata dal lanciare il referendum. Esempi analoghi di difficile concretizzazione di articoli costituzionali nella storia svizzera non mancano: l’articolo costituzionale sull’Avs fu approvato dal popolo nel 1925. Sei anni furono necessari perché il Parlamento approvasse una legge di applicazione, sulla quale fu lanciato un referendum e la legge fu bocciata in votazione popolare nel 1931. Si dovettero attendere ben 23 anni, nel 1948, perché la volontà popolare espressa nel 1925 trovasse finalmente concreta attuazione. Altri articoli costituzionali approvati dal popolo non trovano tuttora applicazione adeguata da parte del Parlamento: pensiamo all’Iniziativa delle Alpi (approvata nel 1994), tuttora non pienamente applicata. Ancora peggio in materia di parità tra i sessi: l’articolo costituzionale fu approvato dal popolo nel lontano 1981. La legge di applicazione fu approvata 14 anni dopo, nel 1995. Essa rimane tuttora inapplicata, senza che l’Udc se ne indigni, anzi, ha perfino rifiutato una recente (2018!) proposta del Consiglio Federale tendente ad incitare le aziende, in modo invero molto leggero, ad applicarla concretamente. L’Udc si indigna del mancato rispetto della volontà popolare in modo molto selettivo e molto secondo le convenienze. Perciò diamo alla sua indignazione lo scarso peso che merita. Più grave delle sue contraddizioni, è però il fatto che con le sue ripetute iniziative, l’Udc vuol spingere il popolo svizzero a comportarsi come un individuo capriccioso ed egocentrico, che vuol fare tutto a modo suo, senza tener conto del fatto che deve intrattenere rapporti con gli altri e che con gli altri gli conviene rapportarsi in modo collaborativo, se vuole essere rispettato.

Diego Lafranchi
laRegione, 9 novembre 2018

Difendiamo la reputazione della Svizzera

Difendiamo la reputazione della Svizzera

Il nostro Paese si distingue nel mondo per il suo rispetto del diritto, sia internamente che esternamente. Per fortuna non sono solo io a sostenerlo, ma… «repetita iuvant». La Svizzera è depositaria di numerosi accordi internazionali e grazie al nostro ruolo di Paese neutrale contribuiamo a promuovere nel mondo il rispetto dei diritti fondamentali, della democrazia e dello Stato di diritto. È proprio grazie a questa nostra reputazione se possiamo godere di ottime relazioni con moltissimi Paesi che ci permettono di crescere economicamente e avere un ruolo di primo piano sulla scena internazionale pur essendo un piccolo Stato. Se pensiamo alla storia recente, molti dei vanti della Svizzera e di cui bisogna andar fieri, sono legati alle relazioni con l’estero. La Ginevra internazionale ha un eco e un impatto sulla politica globale. Anche il nostro «made in Switzerland», un marchio apprezzato in tutto il mondo, è immagine dell’apertura del nostro Paese al commercio estero e all’innovazione. Nella politica estera siamo da sempre paladini della difesa dei diritti umani e la promozione della democrazia.

Considerata la realtà di chi siamo, come possiamo mettere tutto questo a rischio? Le modifiche costituzionali proposte dall’iniziativa avrebbero due conseguenze che creerebbero imbarazzo e incertezze per il nostro futuro. L’uscita dalla Convenzione sui diritti dell’uomo sarebbe un assurdo passo indietro nei confronti di tutto quello in cui la Svizzera ha difeso nel mondo negli ultimi 50 anni. Come possiamo continuare a parlare e difendere la nostra democrazia diretta come esempio nel mondo, quando non accettiamo neanche l’unico strumento fondamentale che protegge i diritti fondamentali delle cittadine e dei cittadini svizzeri?

L’introduzione delle modifiche costituzionali creerebbe inoltre una situazione in cui il rispetto di trattati internazionali potrebbe essere messo in discussione con grande facilità da parte nostra. Questo significa molto semplicemente che da partner affidabili diventeremmo partner inaffidabili. Dagli accordi commerciali a impegni nell’ambito dei diritti individuali, numerosi trattati sarebbero a rischio di denuncia. È nel nostro DNA di Svizzeri difendere lo Stato di diritto e proteggere i diritti fondamentali che stanno alla base di una democrazia diretta. Non lasciamoci quindi ammaliare dagli slogan facili, perché i contenuti di questa iniziativa non hanno nulla a che fare con il rafforzamento della democrazia. L’iniziativa è invece pensata per indebolire le nostre relazioni con l’estero e poter denunciare i trattati scomodi all’UDC, come la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, perché impediscono loro di proporre iniziative contrarie ai diritti fondamentali.

La nostra democrazia difende solo i valori che noi scegliamo di difendere. Questo è significa essere davvero svizzeri e autodeterminati!

Morena Ferrari Gamba, vicepresidente PLR di Lugano e consigliera comunale

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 9 novembre 2018

La voce contraria: Giovanni Merlini

La voce contraria: Giovanni Merlini

«Per una sentenza indigesta si minano rapporti e diritti»

Una proposta incoerente che destabilizza la nazione

L’UDC con questo testo promette certezza del diritto. Perché non crederle?

«In realtà crea il caos. Leggiamo bene il testo dell’iniziativa. L’articolo 5 capoverso 4 dice alla prima frase che Confederazione e Cantoni rispettano il diritto internazionale. Ma già alla seconda frase dice il contrario: la Costituzione federale ha rango superiore al diritto internazionale e prevale su di esso (fatti salvi i divieti della tortura, della pena di morte, del genocidio e della schiavitù). Poi il testo dice all’articolo 56a che in caso di contraddizione la Confederazione e i Cantoni adeguano gli obblighi internazionali, se necessario anche denunciando i trattati internazionali in questione. Ma ecco che all’articolo 190 si fa parziale marcia indietro, dicendo che il Tribunale federale è comunque tenuto ad applicare (oltre alle leggi federali) i trattati internazionali, ma solo quelli il cui decreto d’approvazione è stato sottoposto a referendum. Insomma, una serie di contraddizioni che si fanno palesi in relazione all’Accordo sulla libera circolazione: se fosse accolta l’iniziativa, il Consiglio federale dovrebbe rinegoziare l’accordo con l’UE. Siccome per poterlo fare occorre il consenso di tutti i 27 Stati, l’impresa richiederebbe tempi lunghi e sarebbe votata al fallimento, ma nel frattempo il Tribunale federale sarebbe tenuto comunque ad applicare l’Accordo sulla libera circolazione in quanto fa parte dei Bilaterali approvati dal popolo: quindi, paradossalmente, in un caso come quello turgoviese criticato dall’UDC (cfr. pezzo principale, n.d.r.), il Tribunale federale sarebbe comunque vincolato all’Accordo sulla libera circolazione e l’esito della sentenza sarebbe identico. Il Governo dovrebbe poi disdire i Bilaterali non essendo possibile rinegoziarli e lo farebbe a dispetto della volontà popolare espressa tre volte. E ci caccerebbe nei guai, mettendoci davanti a un’odiosa alternativa: o l’isolamento o l’adesione all’UE».

Gli iniziativisti parlano della necessità di affermare la democrazia diretta e di eliminare regole dettate dall’esterno che non permettono la concretizzazione di decisioni prese in Svizzera. Cosa non va con questo concetto?

«I trattati internazionali non sono affatto “regole dettate dall’esterno”, ma contratti che la Svizzera ha firmato liberamente con altri Stati, nell’esercizio della sua sovranità e nell’interesse dei suoi cittadini. Sono regole contrattuali che abbiamo voluto noi, ad esempio per evitare la doppia imposizione delle nostre imprese e dei nostri cittadini, per proteggere i nostri investimenti all’estero, per agevolare il libero scambio di merci e servizi, per la lotta al terrorismo, ecc. Per un piccolo Paese fortemente integrato sul piano internazionale e votato alle esportazioni è essenziale poter contare su regole del gioco chiare».

I contrari parlano di centinaia di accordi che andrebbero all’aria. I favorevoli ribattono: i trattati «in pericolo» si contano sulle dita di una mano. Lei come la vede?

«Di sicuro almeno due trattati di importanza capitale sarebbero in pericolo: la CEDU e i Bilaterali a causa della libera circolazione. Entrambi sono infatti in conflitto con alcune disposizioni della nostra Costituzione. Addirittura da subito la CEDU non sarebbe più vincolante per il Tribunale federale poiché nel 1974 le Camere non sottoposero il decreto di approvazione della CEDU al referendum facoltativo (le regole di allora non lo prevedevano), il che indebolirebbe la portata delle garanzie individuali tipiche dello Stato di diritto. La tutela della nostra Costituzione, anche se fosse dichiarata “fonte suprema del diritto della Confederazione” (cfr. testo nella scheda, n.d.r.), non è infatti sufficiente, dal momento che il Tribunale federale è tenuto ad applicare una legge federale anche se disattende la Costituzione. Sugli altri 5.000 trattati in vigore verrebbe posta una riserva a firma già avvenuta, inammissibile secondo la Convenzione di Vienna. Ci riterremmo cioè liberi dai nostri impegni se in conflitto con una nostra norma costituzionale. Ciò creerebbe insicurezza per le nostre 190.000 piccole e medie imprese che esportano beni e servizi per circa 300 miliardi all’anno e che investono all’estero. E per tutti coloro che fanno affari con noi».

Per l’UDC non è vero che si dovrebbe abbandonare la Convenzione dei diritti dell’uomo. Eventualmente alcune sentenze della Corte di Strasburgo non avrebbero effetto. Questi diritti sono comunque già ancorati nella nostra Costituzione…

«Se non voleva abbandonare la CEDU, l’UDC doveva formulare diversamente la sua iniziativa, senza obbligare la Confederazione a rinegoziare i trattati in conflitto con la Costituzione e senza dichiarare che il Tribunale federale non è tenuto ad applicare i trattati che non sono stati sottoposti a referendum. La CEDU è un trattato multilaterale in conflitto con alcune nostre recenti norme costituzionali, come l’automatismo dell’espulsione degli stranieri condannati per certi reati e il divieto dei minareti, e non è sottoposta al referendum. È incontestabile che sarebbe da subito a rischio nel nostro Paese, e con essa i diritti fondamentali di ogni individuo. Perché non basta la Costituzione a tutelarli? Per la semplice ragione che l’UDC si è guardata bene dall’introdurre con la sua iniziativa il controllo costituzionale delle leggi federali da parte del Tribunale federale. Quindi paradossalmente la Costituzione diventerebbe la fonte suprema del diritto della Confederazione, ma se fosse violata da una disposizione di una legge federale il Tribunale federale continuerebbe ad avere le mani legate, tenuto ad applicare la legge anticostituzionale. L’unica possibilità per impugnare una decisione fondata su una legge federale anticostituzionale è il ricorso a Strasburgo, senza la cui Corte le famiglie delle vittime dell’amianto in Svizzera non avrebbero ottenuto il riconoscimento delle loro pretese risarcitorie».

L’UDC fa confronti con la Germania, che metterebbe la precedenza sulla propria Costituzione rispetto al diritto internazionale. Un modello sbagliato?

«Se fossi un fautore dell’iniziativa eviterei il confronto con la Germania, che ha un sistema di attuazione del diritto internazionale difficilmente paragonabile al nostro. Per essere attuato, in Germania ogni trattato internazionale deve prima essere trasposto in una legge federale. Da noi in generale è direttamente applicabile una volta approvato. In Germania il diritto internazionale trasformato in legge ha rango solo formalmente inferiore alla Costituzione. Oltretutto il diritto europeo prevale sistematicamente su quello interno e la giurisprudenza della Corte di Strasburgo è considerata dalla Corte di Karlsruhe come diritto vincolante».

C’è chi pensa che i contrari stiano promuovendo una campagna della paura. Un rimprovero di solito fatto proprio all’UDC.

«Quando un partito, per una sentenza del Tribunale federale indigesta, lancia un’iniziativa che destabilizza le relazioni internazionali della Svizzera, danneggiandone la reputazione di Stato affidabile, e mette a rischio i diritti civili e le garanzie individuali, non deve sorprendersi che si crei forte allarme negli ambienti economici come tra i cittadini, soprattutto tra le minoranze, che un giorno potrebbero essere vittime di una decisione che lede i loro diritti fondamentali».

Giovanni Merlini, consigliere nazionale PLR

Articolo apparso sul Corriere del Ticino, 9 novembre 2018

Un convinto NO da parte degli impresari costruttori sezione Ticino

Un convinto NO da parte degli impresari costruttori sezione Ticino

“All’infuori del titolo accattivante, l’iniziativa per l’autodeterminazione rappresenta un pericolo per gli interessi del nostro Paese” – spiega l’Ufficio presidenziale della Società svizzera impresari costruttori Sezione Ticino. “Ponendo la Costituzione svizzera praticamente sempre al di sopra di qualsiasi accordo, in sostanza renderebbe la Svizzera un Paese inaffidabile e ne danneggerebbe l’economia.”

Leggi l’articolo su Tio.ch

Regole chiare sui mercati internazionali

Regole chiare sui mercati internazionali

Dirigo una società con sede in Ticino che esporta il più svizzero dei prodotti, il cioccolato, in tutto il mondo. Siamo orgogliosi di poterlo fare da Giubiasco, dal nostro cantone, contribuendo in tal modo alla creazione di preziosi posti di lavoro sul nostro territorio. Quest’anno la nostra ditta può addirittura festeggiare il 90. anniversario. La sua longevità e il suo successo sono possibili anche grazie alle esportazioni. Recentemente abbiamo fatto importanti investimenti nella struttura di Giubiasco proprio per poter soddisfare la crescente domanda del nostro cioccolato nel mondo. Oltre ai posti di lavoro creati direttamente nel nostro Paese, non vanno dimenticate tutte le aziende locali che ci forniscono la loro preziosa collaborazione e che, anche loro, indirettamente beneficiano dunque delle nostre esportazioni. La nostra produzione ha bisogno di sbocchi sui mercati esteri. Come noi, tutta l’economia esportatrice svizzera e ticinese, che guadagna circa 1 franco su 2 con il commercio estero, necessita di regole chiare e certe sulla scena internazionale. Altrimenti nessuno si avventurerebbe verso nuovi mercati, assolutamente necessari per il nostro benessere. Ora, l’iniziativa cosiddetta «Per l’autodeterminazione» sulla quale voteremo il prossimo 25 novembre, rischia di compromettere tutto ciò. Le regole del commercio internazionale, sapientemente negoziate dalla Svizzera in vari trattati internazionali, garantiscono alle aziende accesso ai mercati e certezza del diritto, quindi prevedibilità e stabilità. L’iniziativa in oggetto, non solo mette in pericolo questi trattati e quindi l’operatività delle nostre esportazioni, ma pregiudica l’affidabilità della Svizzera sulla scena internazionale. Chi vorrebbe infatti negoziare con un partner che, nonostante la conclusione di accordi vincolanti, si riserva, come chiede l’iniziativa, di non rispettarli? È come se nella nostra vita privata, dopo aver firmato un contratto per l’acquisto di un’automobile, si iniziasse a mettere unilateralmente in dubbio il pagamento delle rate concordate. Evidentemente nessuno vorrebbe concludere contratti con chi si comporta in questo modo.

Non lasciamoci quindi abbindolare dallo slogan fuorviante dell’iniziativa. Non indeboliamo la Svizzera quale partner affidabile! Non mettiamo a rischio l’intera economia svizzera, le nostre aziende e di conseguenza i nostri posti di lavoro.

La nostra autodeterminazione esiste già oggi. Siamo infatti liberi di sottoscrivere gli accordi che vogliamo e di non sottoscrivere quelli che non vogliamo, in pena autonomia, come abbiamo sempre fatto. Attenzione quindi a non mettere in pericolo una formula vincente. Per questa ragione voterò no il prossimo 25 novembre.

Alessandra Alberti, direttrice Chocolat Stella SA, Giubiasco

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 8 novembre 2018

No al protezionismo dilagante

No al protezionismo dilagante

Non sottovalutiamo quanto sottoposto a votazione il prossimo 25 novembre che inneggia a una presunta autodeterminazione. Non entrando nel merito delle singole conseguenze negative che potrebbe avere l’accettazione di questo testo, mi limito a citare ciò che tocco con mano quotidianamente ovvero le attività delle aziende che lavorano, importando o esportando, con i mercati esteri.

Con l’iniziativa cosiddetta «per l’autodeterminazione» rischiamo di minare il nostro benessere economico, vale a dire la competitività delle nostre imprese che – in un mercato di piccola dimensione come quello elvetico – devono poter disporre di condizioni quadro favorevoli per operare all’estero. Il protezionismo purtroppo sta guadagnando terreno ma è in piena contraddizione con i principi di mercati aperti e di commercio libero promossi dall’Organizzazione mondiale del commercio di cui la Svizzera è onorata di fare parte.

La nostra Confederazione, piccola nazione in mezzo a grandi potenze mondiali, non può permettersi di rinchiudersi in se stessa pensando di poter garantire un benessere economico come quello attuale. La Svizzera è uno dei dieci principali Paesi esportatori al mondo. Ciò significa concretamente che la forza della nostra economia si fonda sull’export: 2 franchi su 5 sono guadagnati grazie alla politica esterna. L’iniziativa «Per l’autodeterminazione» non mira solo a rivedere i possibili accordi futuri, ma mina anche quelli già in vigore. Quali sarebbero ad esempio le conseguenze per i 30 accordi di libero scambio (con oltre 40 partner) che permettono alle aziende di avere vantaggi fondamentali sui mercati esteri e di essere innovative, produttive e vincenti?

La concorrenza internazionale per le nostre PMI è molto forte ed esse sono costrette ad affrontare un contesto estremamente dinamico. Oggi dobbiamo evitare di isolarci e restare competitivi combattendo con tutta forza il protezionismo dilagante che nuoce gravemente alla nostra economia.

Già oggi la Svizzera non conclude nessun trattato che non rispetti la Costituzione federale, non mettiamo in pericolo tutto quanto costruito poiché a pagarne le conseguenze sarebbero le aziende e, in definitiva, i nostri posti di lavoro. No quindi all’isolamento della Svizzera, no all’iniziativa per l’autodeterminazione!

Valentina Rossi, responsabile Servizio Export, Cc-Ti

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 8 novembre 2018

Proteggiamo i nostri diritti fondamentali

Proteggiamo i nostri diritti fondamentali

Le istanze giudiziarie svizzere non sono infallibili e non sempre garantiscono i nostri diritti. Nemmeno la più alta istanza giudiziaria svizzera, ovvero il Tribunale federale, oltre la quale chi ritiene di avere subito un’ingiustizia può ricorrere rivolgendosi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questo è quanto ha fatto Renate Howald Moor, la moglie di Hans Moor, una vittima dell’amianto, deceduto a causa di un tumore causato dallo stesso. Renate Howald Moor aveva fatto ricorso al Tribunale federale, per far riconoscere un indennizzo per la morte di suo marito. Ricorso respinto dal TF con il pretesto della prescrizione: la sentenza affermava che l’ultimo contatto di Hans Moor con l’amianto era avvenuto più di 10 anni prima. Una causa intentata dal lavoratore contro l’azienda mentre era ammalato e ancora vivo, perché la stessa non gli aveva dato nessuna informazione riguardo ai rischi per la salute dell’esposizione all’amianto che correva. Causa respinta dal Tribunale federale quando il lavoratore era purtroppo morto, a soli 58 anni. Sua moglie ha poi continuato una battaglia giudiziaria, voluta non per denaro, ma per una questione di principio. Aveva bisogno di far riconoscere il torto alla potente azienda per la quale suo marito lavorava. Se non fosse stato per il ricorso vinto alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, il torto dell’azienda non sarebbe mai stato riconosciuto benché i tumori dovuti all’amianto appaiono anche 20, 30 anni dopo. In questo caso, quindi, il Tribunale federale, aveva dato ragione alla grande e potente azienda, non riconoscendo la ragione del lavoratore e il grave, fatale, danno subito. Oggi i cari delle oltre 1.700 vittime dell’amianto, e quelle purtroppo che saranno colpite dai tumori causati per lo stesso motivo, possono ottenere giustizia e un indennizzo grazie alla giurisprudenza del caso Moor, che lo stesso lavoratore non ha potuto purtroppo ottenere da vivo. I diritti umani e le istanze che vegliano a garantirne il rispetto e l’applicazione, come la Convenzione europea per i diritti umani (CEDU) e la Corte di Strasburgo, ci riguardano da vicino e riguardano anche le lavoratrici e i lavoratori, oltre alle vittime di regimi che li violano o che li rispettano poco. Se non dovessimo respingere l’iniziativa anti-diritti umani dell’UDC il 25 novembre, la Svizzera correrebbe il rischio di dover disdire la CEDU, mettendo a repentaglio sia la Convenzione, sia la Corte chiamata a farli applicare. Come dimostrato dal caso di Hans Moor, sarebbe una pessima notizia anche per le lavoratrici e i lavoratori, che subiscono pressioni e soprusi sempre più gravi e che possono contare ad oggi su di un’istanza e più di una Convenzione che li proteggono, che ci proteggono, alle quali non dobbiamo rinunciare. Ecco perché invito i ticinesi a respingere con convinzione l’iniziativa dell’UDC: proteggere questi nostri diritti fondamentali è indispensabile e va anche fatto votando no il 25 novembre.

Fabrizio Sirica, vicepresidente cantonale del PS

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 8 novembre 2018

L’autodeterminazione l’abbiamo già conquistata

L’autodeterminazione l’abbiamo già conquistata

In un suo commento apparso il 2 novembre su questo giornale Tito Tettamanti sosteneva che l’iniziativa cosiddetta sull’autodeterminazione metterebbe a confronto due Svizzere diverse tra loro. La forzatura di Tettamanti, volta a dividere buoni da cattivi, patrioti da non patrioti, amanti della Svizzera dal resto del mondo, quindi chi è bravo e voterà sì da chi non lo è e voterà no, lodava quella Svizzera della democrazia semidiretta, dei meccanismi di bilanciamento del potere e della Costituzione federale. Naturalmente all’opposto metteva nell’altro campo i cattivi internazionalisti che osano immaginare la Svizzera avere dei rapporti internazionali con il resto del globo, processo che per Tettamanti, chissà perché, deve contemplare per forza lo snaturamento del nostro sistema e la mortificazione delle nostre vie decisionali.

Nel suo testo Tettamanti dimenticava però che affinché la Svizzera possa avere dei rapporti internazionali con il resto del mondo, bisogna che adotti degli accordi la cui procedura d’adozione è espressamente prevista proprio dalla nostra Costituzione federale. E cosa dice la nostra carta fondamentale al proposito? Che è sottoposta a referendum obbligatorio l’adozione di trattati internazionali più vincolanti, che negli altri casi vi è la possibilità di lanciare un referendum facoltativo e che solo in casi di scarsa portata questi accordi sono approvati o meno per semplice decisione dell’Assemblea federale. La nostra Costituzione, tra l’altro approvata da popolo e Cantoni non molti anni fa, ci dice quindi come fare per decidere volta per volta se questo o quel rapporto con il resto del mondo ci piace o non ci piace, accordando larghissimamente la parola ai cittadini. Perché allora aggiungere norme inutili, togliendo al popolo la facoltà di decidere volta per volta se aderire ad un accordo internazionale o no, come espressione massima della democrazia semidiretta?

Nessuno mette in dubbio il valore della nostra democrazia, che ha portato gli svizzeri a non aderire allo Spazio economico europeo, ad aderire all’ONU, ad accettare e confermare più volte gli Accordi bilaterali con l’Unione europea e che ci porterà presto a dover decidere se abbandonare l’Accordo sulla libera circolazione delle persone a seguito di un’iniziativa popolare. In questo senso l’autodeterminazione la Svizzera l’ha già conquistata da un pezzo e non è necessaria qualche norma pasticciata in più nella nostra carta fondamentale per aggiungere qualcosa.

A meno che nel mirino vi sia la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), adottata molti anni fa dalle sole Camere federali secondo una procedura allora vigente, la quale afferma le libertà fondamentali dei cittadini (svizzeri o europei che siano) contro i possibili abusi dello Stato. Capita che anche la Svizzera venga condannata sulla base della CEDU per non aver rispettato questi diritti, che sono il condensato raccolto dopo la seconda guerra mondiale di una lunga storia di crescita della civiltà umana nel nostro continente di cui proprio quella guerra aveva fatto strame. Ed è quasi paradossale che sia l’UDC a immaginare di poter fare a meno di questo testo, che in fondo mette al centro il cittadino difendendolo dallo Stato.

Respingiamo quindi quest’iniziativa inutile, poco fiduciosa verso il popolo e pericolosa per quanto riguarda i rapporti tra il nostro Paese e il rispetto dei diritti dell’uomo.

Le due Svizzere di Tettamanti non esistono: all’interno del nostro Paese vi sono, com’è normale, opinioni diverse sui rapporti tra Svizzera ed estero, ma ambedue queste «fazioni» devono passare dal voto popolare per far valere le proprie ragioni, secondo una procedura che è una sola, chiara e trasparente, adottata il 18 aprile 1999 dal popolo e dai Cantoni di una Svizzera che è già autodeterminata da molti, molti anni.

Manuele Bertoli, Consigliere di Stato

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 7 novembre 2018

Battersi per poter ricorrere a Strasburgo

Battersi per poter ricorrere a Strasburgo

Negli anni 70 nel Canton Ticino ci fu un paese, Balerna, che come il villaggio di Asterix si batté e vinse contro i potenti. La popolazione di Balerna lottò infatti contro la costruzione di una fabbrica di amianto da parte della Boxer Asbestos SA. Che l’amianto fosse cancerogeno lo aveva decretato nel 1973 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Malgrado ciò il Cantone diede nel 1976 il permesso di costruire la fabbrica! Ma un movimento di resistenza, guidato da Antonio Soldini (vicesindaco di Balerna e granconsigliere della sinistra), Rolando Raggenbas (studente) e Mario Raggenbass (fisico), portò alla raccolta di 5.000 firme e all’occupazione del capannone della ditta. Nel 1985 la multinazionale dovette rinunciare alla costruzione della fabbrica e il Ticino scampò al pericolo. In Svizzera la proibizione totale dell’amianto avvenne solamente nel 1994 (nel 1989 per quanto riguarda l’uso di amianto nell’edilizia): siamo stati uno degli ultimi Paesi europei a farlo. A fine 2013 nella Confederazione i morti per amianto furono 1.844 e i malati erano 3.902. Oggigiorno in Svizzera muoiono ancora 80 persone all’anno per l’amianto e se ne ammalano ancora 20-30. Ci sono tanti lavoratori di fabbriche di amianto che sono morti, come il marito di Renate Moor. Hans, nel 2005, in punto di morte, si fece promettere da Renate di continuare la sua battaglia per ottenere giustizia. Nel 2013, otto anni dopo la morte di Hans, non è stata l’UDC e nemmeno sono stati il legislatore e i tribunali nazionali a dare ragione a Renate: è stata la Corte europea di Strasburgo che le ha dato infine ragione! La sentenza della Corte di Strasburgo, che tutela i diritti dell’uomo in Europa, ha aperto il diritto di essere risarcite a tante vittime dell’amianto. «Mi sono battuta per una compensazione dei danni, non per soldi» – ha dichiarato Renate Moor – «Si trattava di difendere un principio. Non solamente i semplici cittadini, ma anche i potenti devono pagare per le loro colpe. Grazie al giudizio della Corte di Strasburgo ora ci sono procedure eque per le vittime dell’amianto. Senza questo giudizio le chances delle vittime dell’amianto sarebbero state piccolissime o addirittura nulle di fronte ai potenti».

Pensiamoci il 25 novembre, quando voteremo sull’iniziativa UDC denominata «Il diritto svizzero anziché giudici stranieri (Iniziativa per l’autodeterminazione)». Non facciamoci scippare dall’UDC il diritto di fare ricorso fino a Strasburgo per difendere la nostra famiglia e il nostro Paese contro i potenti!

Raoul Ghisletta, deputato del PS in Gran Consiglio e sindacalista VPOD Ticino

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 7 novembre 2018