Questa è la nostra democrazia diretta

Questa è la nostra democrazia diretta

Lo speciale del Corriere del Ticino del 26 novembre sui risultati della votazione federale sull’iniziativa per l’autodeterminazione.

 

Giudici stranieri

«Questa è la nostra democrazia diretta»

L’iniziativa «Per l’autodeterminazione» è stata bocciata da due votanti su tre – Sommaruga: il popolo si è espresso chiaramente

Ci si aspettava una sconfitta per l’Unione democratica di centro. Gli ultimi sondaggi l’avevano prevista. E la bocciatura, concretizzatasi con il 66,2% di voti contrari e nemmeno un cantone a favore, è arrivata. L’iniziativa popolare «Il diritto svizzero anziché giudici stranieri» («per l’autodeterminazione») non è passata. Un risultato che rallegra il Consiglio federale. D’altronde l’UDC non era riuscita a convincere nessun altro partito a sostenere la sua causa. Il Ticino, dove il risultato invece non risultava scontato, ha respinto il testo con quasi il 54% di no. Assieme a Svitto e Appenzello Interno il nostro è il cantone che ha maggiormente sostenuto la proposta democentrista.

DA BERNA
GIORGIA VON NIEDERHÄUSERN

Dibattiti come quello che si è formato attorno all’iniziativa popolare «Per l’autodeterminazione» appartengono alla Svizzera. Dibattiti capaci anche di fare leva sull’emotività delle parti. «Alla fine a decidere è il popolo», ha esordito nel suo discorso a termine dello spoglio la consigliera federale Simonetta Sommaruga. «Questa è la nostra democrazia diretta». E il popolo, in questo caso, la sua voce l’ha fatta sentire forte e chiara: con il 66,2% di voti contrari ha bocciato l’iniziativa dell’Unione democratica di centro, che mirava a a dare alla Costituzione federale precedenza rispetto al diritto internazionale e che esigeva un protocollo prestabilito di rinegoziazione e, eventualmente, denuncia di trattati in caso di contraddizione fra il diritto elvetico e quello internazionale. Una proposta che non ha trovato consenso in nessun cantone. La maggioranza dei no è giunta da Neuchâtel (77,3%), seguita da Vaud (76,6%), Giura (75,5%) e Ginevra (75,3%). La maggior parte dei sì è invece statia registratiaa Svitto (52,9%), nel semicantone di Appenzello Interno (53,0%) e in Ticino (53,9%).

Il risultato ottenuto, ha affermato Sommaruga, conferma quanto votato dai cittadini elvetici in passato. Nel 2012, ha ricordato, gli svizzeri hanno detto no al testo «Accordi internazionali: decida il popolo!», teso a estendere il referendum obbligatorio per gli accordi internazionali. Nel 2013 anche l’Iniziativa «Elezione del Consiglio federale da parte del popolo» è stata bocciata. Lo stesso è successo nel 2016 per il testo «Per l’attuazione dell’espulsione degli stranieri che commettono reati», che voleva limitare le competenze dei giudici. Tutti testi lanciati o sostenuti dall’Unione democratica di centro.

L’importanza del compromesso

«Questi risultati non sono un caso. Le nostre istituzioni garantiscono che nessuno possa decidere su tutto da solo», ha affermato la capa del Dipartimento di giustizia e polizia. Nel nostro sistema, «tutti controllano l’operato degli altri. Questo porta equilibrio e obbliga ogni volta a trovare compromessi, dando sempre l’ultima parola ai cittadini». Questi ultimi, ha proseguito la consigliera federale, sanno apprezzare questo continuo lavoro di contrappeso. «Sanno che senza compromessi non si avanza».

La Svizzera è un Paese in cui coabitano varie lingue, culture e religioni. Il nostro sistema democratico, secondo Sommaruga, è fatto per rispondere precisamente a queste differenze e trovare soluzioni per tutti gli abitanti della nazione. «Un approccio del tipo “o tutto o niente” o “bianco e nero” non sono ciò che ha portato successo alla Svizzera».

Complimenti ai cittadini attivi

Come già successo in altre votazioni (ad esempio la riforma dell’asilo, un altro tema che è stato particolarmente a cuore alla «ministra»), non solo i partiti ma anche membri della società civile si sono impegnati nel dibattito. Uno sforzo molto apprezzato da Sommaruga. «La democrazia – ha concluso – vive della partecipazione della popolazione».

Certezza o caos?

Con l’iniziativa «per l’autodeterminazione» l’UDC mirava a mettere regole precise nel rapporto fra il diritto elvetico e il diritto internazionale, ancorando nella Costituzione la precedenza della stessa al diritto internazionale. Di fatto così il partito di destra puntava a garantire che quanto votato dal popolo svizzero potesse sempre essere applicato alla lettera. Tribunali all’estero o autorità giudiziarie elvetici che applicano disposizioni internazionali avrebbero dovuto sempre dare prevalenza alla Costituzione. In questo modo, affermavano i fautori del testo, si sarebbe raggiunta una migliore certezza del diritto in caso di conflitto fra norme svizzere e disposizioni internazionali.

Per gli avversari era invece vero il contrario: accettare il testo avrebbe voluto dire creare soltanto caos. Inoltre, la protezione dei diritti di ciascun cittadino (garantita anche da «giudici stranieri», ovvero la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo) sarebbe stata messa in pericolo. Non solo: anche la credibilità della Svizzera in quanto partner e interlocutore sul piano internazionale sarebbe stata messa in discussione. «Chi farà ancora affari con noi – si chiedeva il mondo economico – se finiremo per disdire gli attuali accordi con le altre nazioni?». Una domanda alla quale, probabilmente, nemmeno il popolo ha saputo darsi risposta.

I vincitori «Anche in Ticino c’è stata una dimostrazione di maturità politica»

Merlini: «Leggo questo risultato come una svolta e una prima vittoria» – Lombardi: «Ci si rende conto che l’isolamento del Paese non sarebbe produttivo»

«Il motivo di soddisfazione è doppio. Ovviamente per l’esito a livello svizzero, ma soprattutto per quello a livello ticinese», commenta il consigliere nazionale Giovanni Merlini (PLR), che nella campagna di voto era stato fra i più attivi sostenitori del no. «Leggo il risultato cantonale come una svolta, perché sui temi internazionali il Ticino si esprime per la prima volta in tendenza col voto nazionale. Il titolo di questa iniziativa era fraudolento ma molto seducente. L’iniziativa è stata impostata abilmente dai promotori. Il fatto di non aver abboccato è un segnale importante di grande maturità politica. L’importante è non sedersi sugli allori ma rimboccarsi già subito le mani per cercare di lavorare su questo ottimo risultato in vista dei prossimi appuntamenti che ci vedranno confrontati con l’Europa, come l’iniziativa per disdire l’accordo sulla libera circolazione delle persone. Si tratta di riuscire ad affrontare questi temi su una base di minore emotività e maggiore serenità». Ma non crede che il risultato sia anche dovuto ai limiti intrinseci dell’iniziativa, più complessa e con meno richiami emozionali rispetto ad altre lanciate dall’UDC? «La componente emozionale la vedevo nel giocare sull’idea di sovranità e di autodeterminazione, un po’ sull’onda del sovranismo che si sta diffondendo in Europa, con l’illusione di poter sempre comunque autoderminarsi a prescindere dalle nostre interrelazioni con l’estero. Per fortuna il testo dell’iniziativa era piuttosto caotico e conteneva contraddizioni. Da questo punto di vista siamo stati aiutati. Ma il tema era di quelli che poteva fare presa».

Per il Ticino è proprio una svolta o piuttosto un episodio? «Sono un inguaribile ottimista, per cui tendo ad interpretare questo risultato come una svolta. La maggioranza dei ticinesi si è resa conto che la politica fatta solo di slogan e di emozioni non ci porta molto lontano e ci espone a dei rischi. Per questo dobbiamo lavorare su questo risultato per consolidarlo in vista di ulteriori appuntamenti. Sarà difficile. È una prima vittoria, ma bisognerà continuare ad argomentare bene, spiegando che la libera circolazione delle persone non ha soltanto controindicazioni».

Sulla medesima lunghezza d’onda il consigliere agli Stati e capogruppo PPD alle Camere Filippo Lombardi, «in Ticino, come nel resto della Svizzera, si nota un progressivo distaccamento dell’elettorato da iniziative popolari del tipo di cui ci ha abituati l’UDC». Il risultato lo rallegra: «È un bel segnale» che indica che nel nostro cantone e nel resto del Paese ci si rende conto che le proposte democentriste sono «esagerate» e che porterebbero ad un isolamento che «non sarebbe produttivo». Fermo restando, aggiunge, che la nazione deve proteggere i suoi interessi. Anche in futuro l’agenda politica affronterà molti temi legati al rapporto Svizzera-estero. «Il risultato però ci fa dire che è possibile spiegare ai cittadini che lo scontro e la rottura non pagano» conclude il presidente della Commissione della politica estera degli Stati.

In Ticino, il PS dice che il no mostra anche come la popolazione «ne abbia abbastanza delle iniziative dell’UDC contro i nostri diritti». Un risultato, per i Verdi, giunto «nonostante anni di politica del sospetto e della diffidenza verso tutto ciò che viene da fuori dai confini». Da parte sua il comitato interpartitico cantonale «No all’isolamento della Svizzera», composto da rappresentanti di associazioni economiche, della società civile e di diversi partiti parla di «notevole dimostrazione di maturità politica anche da parte di un cantone di frontiera come il Ticino». «L’UDC ha distribuito bugie e il popolo ha capito», sostiene Paolo Bernasconi, dell’associazione Uniti dal diritto. GI.GA./GVN

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Generazione Y e autodeterminazione

Generazione Y e autodeterminazione

La generazione Y, chiamata anche millennials, è la generazione figlia di un periodo nel quale i muri venivano abbattuti e gli accordi siglati in nome di un neoliberismo che si faceva portavoce di un generale ottimismo. Ma se nel 2000 la libera circolazione veniva approvata dal popolo svizzero con il 62,7% dei voti nell’ambito degli accordi bilaterali I con l’Unione Europea, oggi ne viene chiesta l’abrogazione. La cosiddetta “iniziativa per l’autodeterminazione” si inserisce in questo contesto e ci porta a riflettere su come la Svizzera debba posizionarsi nell’ambito del diritto internazionale per affrontare le sfide di questo millennio che non è più quello degli accordi bilaterali I e II. La questione è interessante, ma come molti esperti e personalità hanno già scritto, la risposta offerta appare lacunosa e pericolosa. Ripensando agli accordi che sono stati siglati finora constato infatti che, nonostante i cambiamenti degli ultimi trent’anni, io, figlia della generazione Y, di questi accordi ne ho potuto largamente beneficiare. Quella rete sempre più fitta di relazioni internazionali e le costanti innovazioni tecnologiche hanno permesso che il mondo fuori diventasse il mio mondo. Viaggi, beni e servizi, soggiorni all’estero, certificazioni riconosciute, nuove conoscenze personali e professionali. Ora, semplicemente per una questione di età, la generazione di cui faccio parte si appresta a diventare quella dei nuovi leader ed è importante che si riconosca di cosa ho potuto approfittare e cosa invece vorrei cambiare. In questo mio mondo, che deve oggi affrontare sfide globali sempre più urgenti, il mio Paese non ha bisogno di un’iniziativa anacronistica, ma deve guardare avanti per trovare nuove soluzioni da cui anche le future generazioni potranno trarre profitto.

Gloria Ghielmini, Sorengo

Articolo apparso su laRegione, 23 novembre 2018

Autodeterminazione e giudici stranieri

Autodeterminazione e giudici stranieri

L’iniziativa dell’Udc in votazione domenica prossima punta, come e più che in occasioni analoghe su un forte aspetto declamatorio: “autodeterminazione” e “giudici stranieri” sono espressioni di sicuro effetto, che mirano a ingenerare l’idea che la posta in palio sia addirittura la difesa della libertà politica degli svizzeri, minacciata da un soverchiante potere sovranazionale. Se la portata giuridica dell’iniziativa non è del tutto chiara, lo è, invece, quella politica: alimentare un clima di contrapposizione fra “noi” e “gli altri”.
Fare accordi non è rinunciare alla propria sovranità
1. Cominciamo considerando la questione dell’autodeterminazione. Dai promotori dell’iniziativa il diritto internazionale viene rappresentato come un’indebita ingerenza nella sfera di esercizio dell’autonomia nazionale. Ci si dimentica che le norme di tale diritto valgono solo sulla base di trattati di vario tipo liberamente sottoscritti dal nostro paese, per ragioni di interesse o di principio (perché ritenuti vantaggiosi o giusti). Fare accordi non è rinunciare alla propria sovranità, ma esercitarla. I contrasti fra diritto interno e diritto internazionale non sono, dunque, contrasti fra “noi” e “gli altri”, ma fra “noi” e “noi”, nella misura in cui firmiamo un accordo e poi adottiamo una legge che lo contraddice. Come criterio rigido per risolvere questi eventuali contrasti normativi, l’iniziativa propone il primato del diritto interno, in particolare costituzionale, su quello internazionale. Il solenne riferimento alla costituzione non significa affatto, per l’Udc, ribadire il ruolo centrale dei principi fondanti la nostra carta fondamentale, bensì affermare il primato assoluto degli esiti delle iniziative popolari che modificano la stessa (vedi gli articoli relativi alla proibizione dei minareti, all’espulsione dei criminali stranieri, ai limiti posti all’immigrazione). La costituzione, invece di svolgere la funzione di regolazione dei diversi poteri, compreso quello del popolo, diviene nell’ottica dell’Udc il grimaldello, attraverso le iniziative popolari, per scardinare ogni vincolo interno o internazionale (che è ancora una volta interno). In questa prospettiva conterebbe solo l’ultima norma che il popolo approva, anche se si rivelasse in contrasto con sue decisioni precedenti, con altre norme della costituzione o con gli impegni internazionali liberamente assunti dal nostro paese. Ciò stravolgerebbe le basi di ogni moderna democrazia costituzionale e renderebbe il nostro paese inaffidabile sul piano internazionale.
Limitare l’autonomia dei giudici… svizzeri
2. Accanto alla questione dell’“autodeterminazione” vi è quella dei “giudici stranieri”, entità fantomatica che evoca i balivi asburgici combattuti dai Waldstätten, che oggi si identificherebbero con le varie autorità sovranazionali, in primo luogo europee. Diradata un po’ la nebbia prodotta dalla propaganda, si capisce che gli unici giudici in questione sono quelli della Corte europea di Strasburgo, istituita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu). A proposito di “giudici”, va in primo luogo sottolineato che l’iniziativa, come detto in precedenza, vuole soprattutto limitare l’autonomia dei giudici svizzeri, a cominciare da quelli del Tribunale Federale, riguardo all’interpretazione nei singoli casi del rapporto fra diritto interno e diritto internazionale. Per quanto riguarda i giudici della Corte europea, effettivamente fra le poche conseguenze chiare dell’adozione del testo in votazione vi è quella di togliere ai cittadini svizzeri la possibilità di far valere in modo efficace i loro diritti a Strasburgo, perché l’applicazione delle sentenze della Corte potrebbe essere in contrasto col primato del diritto interno, considerato anche che l’adesione svizzera alla Cedu nel 1974 non è stata direttamente ratificata dal popolo. Insomma, alla fine chi perderà qualcosa sarà il cittadino del nostro paese. In passato anche cittadini svizzeri hanno potuto valersi della giurisdizione della Corte. Cedu e Corte rappresentano, inoltre, un importante riferimento ideale. A tal proposito è illuminante la vicenda relativa alla concessione dei diritti politici alle donne. La negazione di questo diritto fondamentale è stata la principale ragione della ritardata adesione della Svizzera alla Convenzione europea e il richiamo a tale Carta dei diritti un argomento importante nella lunga battaglia per il voto femminile. È dunque chiaro che l’iniziativa contrappone la sovranità popolare alla difesa dei diritti individuali, chiedendo di fare una rinuncia riguardo ai secondi nella falsa convinzione che ciò rafforzi la prima. Ragionare in questo modo significa misconoscere la natura della democrazia: senza un’ampia garanzia dei diritti individuali non vi è esercizio effettivo della sovranità popolare, perché viene a mancare il popolo, cioè un corpo politico costituito da persone libere e uguali. Una democrazia illiberale, oggi perseguita da molte forze della destra in Europa e negli Stati Uniti di Trump, non è una vera democrazia. Respingere l’iniziativa Udc è fondamentale per evitare che anche da noi questa deriva si rafforzi.

Virginio Pedroni, filosofo

Articolo apparso su laRegione, 23 novembre 2018

Una trappola per la sovranità popolare

Una trappola per la sovranità popolare

Chi rispetta davvero la democrazia diretta si cura di sottoporre alle cittadine e ai cittadini quesiti chiari, con testi che non diano adito a dubbi. Solo così è infatti possibile la formazione di una volontà popolare non viziata da errori e consapevole delle conseguenze. Occorre sapere con una certa precisione che cosa comporti un sì o un no. Se una modifica costituzionale in votazione è in conflitto con impegni internazionali, è determinante per chi vota sapere se in caso di accettazione dell’iniziativa il trattato in questione debba essere violato o rinegoziato. Nel caso dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa i problemi che si sarebbero posti con l’UE in relazione all’Accordo sulla libera circolazione erano stati al centro del dibattito. Ma siccome il testo dell’iniziativa non precisava se l’accordo dovesse essere disdetto in caso di insuccesso di una sua rinegoziazione, i votanti si ritrovarono nell’irritante situazione di non sapere se credere al Consiglio federale (che prefigurava la necessità di disdire l’accordo) oppure agli iniziativisti (che invece negavano una simile necessità). Subito dopo l’esito risicato a favore dell’iniziativa i fronti si capovolsero: i promotori cambiarono idea e si misero ad invocare la disdetta della libera circolazione delle persone, mentre il Consiglio federale si rimangiò la parola insistendo sul-l’importanza dei Bilaterali. I gabbati del 9 febbraio furono le cittadine e i cittadini: chi votò sì credendo all’UDC, ma anche chi votò no credendo al Consiglio federale e temendo una disdetta dei Bilaterali. Il Parlamento arbitrò poi le contraddizioni con un compromesso che salvò capra e cavoli. Se in quell’occasione l’UDC avesse richiesto direttamente ciò che già allora in realtà voleva, ossia la disdetta della libera circolazione delle persone, la domanda sarebbe stata inequivocabile e sarebbe stata verosimilmente rifiutata a causa delle sue gravi conseguenze. Richieste imprecise consentono a chi le formula di mantenere un confortevole margine di manovra per pretendere, in seguito al voto popolare, anche cose non indicate nel testo di un’iniziativa. Occorre quindi aprire bene gli occhi ed evitare la trappola delle iniziative volutamente vaghe nel loro testo. Perché in quella deliberata vaghezza si nasconde una trappola per la democrazia diretta. Se fosse accolta l’iniziativa sull’autodeterminazione questa trappola funzionerebbe senza soluzione di continuità, come ha ben evidenziato recentemente il costituzionalista prof. Stefan Schlegel sulla NZZ. Qualsiasi conflitto con il diritto internazionale verrebbe infatti strumentalizzato dall’UDC per reclamare automaticamente la disdetta di un trattato (se non fosse possibile rinegoziarlo) e ciò a prescindere dal fatto che il popolo abbia dato uno specifico mandato a in tal senso o meno. Un malaugurato sì farebbe da apripista ad una serie di ulteriori iniziative con testi strategicamente indeterminati e vaghi che favorirebbero la possibilità di un’approvazione popolare. Autodeterminarsi è possibile unicamente a condizione di conoscere con sufficiente precisione le conseguenze delle proprie scelte. Altrimenti la democrazia diretta non può essere esercitata con responsabilità. Tutt’al più continuerà ad essere abilmente sfruttata a fini elettorali. Con buona pace del popolo sovrano. Evitiamo quindi di cadere nella trappola e votiamo no.

Giovanni Merlini, consigliere nazionale del PLR

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 23 novembre 2018

Sui giudici una battaglia elettorale

Sui giudici una battaglia elettorale

Ci sono almeno tre buone ragioni per dire no all’iniziativa «contro i giudici stranieri». Innanzitutto, l’UDC propone una sorta di automatismo per risolvere i conflitti tra il diritto internazionale e il diritto costituzionale, più semplice a dirsi che a farsi; un meccanismo rigido, che impone la rinegoziazione di un accordo e, se del caso, la sua denuncia, ridurrebbe la possibilità di trovare internamente soluzioni pragmatiche, indebolendo a più livelli la posizione svizzera. Secondo, l’iniziativa resta vaga su alcuni aspetti e rischia di generare nuovi problemi in fase di applicazione, con relative polemiche politiche e incertezza giuridica. Meglio lasciare le cose come stanno: chi vuole disdire o non vuole che si firmi un trattato internazionale ha già oggi le possibilità per farlo. La democrazia diretta, che non è affatto minacciata, resta più efficace di certi principi rigidi e astratti. Terzo: l’iniziativa pone le basi per mettere in discussione l’adesione elvetica (avvenuta 44 anni fa) alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, con relative minori garanzie per i cittadini, che hanno nella CEDU un’ulteriore istanza di giudizio per far valere i loro diritti. Anche senza una disdetta formale, la CEDU (che non c’entra niente con l’Unione europea) diventerebbe di fatto inutile in caso di approvazione dell’iniziativa. Come ha ricordato su queste colonne Fulvio Pelli, la Convenzione non dovrebbe più influenzare i tribunali, se i suoi contenuti fossero in contrasto con la Costituzione. Mentre i cittadini potrebbero continuare a ricorrere alla Corte di Strasburgo, chiamata ad applicare le sue norme in contraddizione con quelle della nostra Carta fondamentale. Un’assurdità. Né bisogna dimenticare che nella Corte che applica la CEDU siedono anche due magistrati svizzeri (uno in rappresentanza del Liechtenstein). E che all’elezione dei giudici partecipano i delegati elvetici membri del Consiglio d’Europa.

Questo non significa che non esista un problema e che l’iniziativa non tocchi qualche nervo scoperto. Il conflitto fra diritto costituzionale e internazionale c’è da sempre perché manca una gerarchia chiara. La Svizzera ha ovviato con la cosiddetta «prassi Schubert», in base alla quale il diritto interno è considerato preminente dal Tribunale federale se il legislatore ha intenzionalmente derogato al diritto internazionale. Ma negli ultimi anni sono aumentate le eccezioni. Anche alcuni contrari all’iniziativa hanno lamentato un allontanamento dei giudici di Losanna da questa prassi. Questo non toglie che la soluzione proposta dall’UDC sia inadeguata.

A giusta ragione il dibattito verte sulle implicazioni giuridiche dell’iniziativa, ma quest’ultima andrebbe valutata anche nella sua dimensione prettamente politica. L’impressione, in questo caso come in altri, è che il vero obiettivo non sia quello di trovare rimedi al conflitto fra due diritti, ma di cercare pretesti, tramite soluzioni inapplicabili, per rilanciare i problemi a fini di consenso. L’autodeterminazione è un’occasione per continuare a tenere sotto tiro Governo, Parlamento e tribunali sul tema della sovranità, partendo stavolta da singole decisioni che avevano generato scontento popolare; come nel caso dell’attuazione dell’iniziativa sulle espulsioni dei criminali stranieri e di quella contro l’immigrazione di massa, applicata in forma «ultralight» senza contingenti e tetti massimi per la manodopera estera.

Lo scopo dell’UDC è di ricavarne un ritorno elettorale e al tempo stesso di consolidare le posizioni in vista di prossime battaglie, come quella contro l’accordo quadro istituzionale con l’Unione europea e quella per la disdetta della libera circolazione delle persone.

Innescata da una sentenza del Tribunale federale sul mancato allontanamento dal Paese di un criminale straniero, l’iniziativa era stata lanciata col giusto «timing», sul finire in un quadriennio di forte tensione per il mancato riconoscimento della forza elettorale dell’UDC in Governo, avvenuto solo dopo le elezioni federali del 2015. L’asserita battaglia «contro i giudici stranieri» era l’ultimo anello di una catena di iniziative con le quali il partito aveva condotto la sua politica di opposizione dopo l’improvvida estromissione di Christoph Blocher dal Consiglio federale.

Nulla era stato lasciato al caso. Il deposito della domanda, avvenuto all’inizio di quell’anno, doveva contribuire a tenere alta la visibilità del partito nell’anno elettorale. Passati tre anni – più o meno i tempi tecnici di ogni iniziativa – la votazione popolare cade a fagiolo per marcare il terreno al via della campagna per le federali del 2019. E come nel caso dell’immigrazione di massa, invece di soluzioni chiare si creano nuovi problemi da sfruttare politicamente. Nel caso del 9 febbraio, l’UDC aveva detto che l’obiettivo era di rinegoziare l’accordo sulla libera circolazione e non di disdirlo. Nella campagna di voto aveva fornito indicazioni rassicuranti, per non alienarsi l’appoggio di quella parte dell’elettorato, risultata poi decisiva, che credeva alla possibilità di conciliare libera circolazione e contingenti. L’atteggiamento poi è cambiato. Il partito ha gridato al tradimento della Costituzione quando l’Assemblea federale, di fronte all’ovvio rifiuto dell’UE di mettersi al tavolo, non ha voluto una rottura con Bruxelles. Idem sull’autodeterminazione. L’UDC ha sfumato le sue posizioni anti-CEDU, spostando il discorso sul piano della salvaguardia della democrazia diretta e dell’opposizione alle ingerenze straniere. E per questo ha sfoderato una retorica da battaglia contro i «balivi» e la cosiddetta «casta», come se gli iniziativisti non fossero a loro volta un’élite, dotata di grossi mezzi. Prima si diceva che una disdetta della convenzione poteva entrare in linea di conto in caso di conflitti ripetuti con la Costituzione. Ora che serve una versione più rassicurante, questa tesi è sparita dall’argomentario. Gli iniziativisti sanno benissimo che un attacco frontale all’istituzione di Strasburgo (che, va ripetuto, è totalmente estranea all’UE ed alla sua Corte di giustizia) può solo nuocere e non vogliono rischiare di perdere consensi. Resta da vedere se questo metodo potrà funzionare anche stavolta.

Giovanni Galli

Articolo apparso sul Corriere del Ticino, 22 novembre 2018

Una Svizzera arrogante diventa subito perdente

Una Svizzera arrogante diventa subito perdente

La Svizzera è un piccolo Paese. Come può rimanere competitiva sui mercati internazionali? Semplice, la Svizzera è priva di materie prime, allora la sua forza si è sempre basata sulla sua capacità di negoziare con gli altri Paesi e con le grandi organizzazioni internazionali. Rispetto all’iniziativa sull’autodeterminazione promossa dall’ UDC sentiamo spesso evocare lo slogan «padroni a casa nostra», l’ultima decisione spetta al popolo svizzero. Ma si tratta di un atto di presunzione gravissimo. Infatti, la forza del sistema democratico svizzero consiste nella capacità del Parlamento di mediare tra gli interessi legittimi del popolo sovrano svizzero e le richieste degli altri Paesi. È a questo che serve la politica ed è questo a cui lavorano i nostri politici e la nostra Amministrazione. L’iniziativa lanciata dall’UDC cosiddetta sull’autodeterminazione è una manifestazione di arroganza che rompe gli schemi della tradizione svizzera. La capacità della Svizzera è sempre stata quella di pensare con la propria testa e di non lasciarsi influenzare dalle tendenze presenti in altri Paesi. Emulare in questo momento i Paesi che stanno optando per l’autodeterminazione è un errore grave, in quanto ci riporta indietro di 70 anni. Il rispetto che la Svizzera ha sempre rivolto alle istituzioni internazionali ha permesso ad un piccolo Paese di nove milioni di abitanti di essere attivo nei gruppi di lavoro che stanno proprio alla base della stesura degli accordi internazionali. L’iniziativa dell’UDC mette in pericolo questa possibilità. Sabota la nostra diplomazia. Ma attenzione: in un mondo globalizzato l’arroganza del piccolo Paese può essere un atto controproducente. La precarizzazione del mercato del lavoro e il fenomeno delle migrazioni sono problematiche che devono essere affrontate a livello internazionale. Proprio su questi temi l’autodeterminazione è uno specchietto per allodole. Considerato del tutto sacrosanto proteggere il benessere dei cittadini svizzeri è altrettanto opportuno chiedersi se a fare della Svizzera il grande Paese che è sia stata la cultura del rispetto delle istituzioni nazionali e internazionali o l’arroganza di chi pensa che le soluzioni per la stabilità economica e sociale si possano ricercare in proposte sempliciste fatte in casa. Il mondo è molto più complesso di quello che gli slogan ci portano a pensare. Le iniziative di UDC e Lega degli ultimi anni non hanno fatto altro che concentrare il dibattito politico sullo smantellamento degli accordi internazionali. Ancora peggio, hanno continuato a proporre iniziative in contraddizione con il diritto internazionale (superiore), utilizzando le legittime frustrazioni del popolo svizzero come esca, per obbligare le forze politiche e le risorse finanziarie del Paese a trovare soluzioni inapplicabili. Il popolo svizzero ha sempre avuto la capacità di dialogare e lavorare con gli altri e di essere innovativo nella ricerca di soluzioni. È sull’innovazione, anche del sistema di welfare, che spesso la Svizzera si è contraddistinta dagli altri Paesi. Abbiamo l’urgenza di trovare soluzioni intelligenti alle problematiche gravissime che colpiscono il nostro mercato del lavoro. La povertà e i problemi delle nostre famiglie non si combattono con l’arroganza verso gli altri, ma con la capacità di trovare soluzioni in un contesto sempre più complicato. Le disuguaglianze sociali sono aumentate ovunque e in alcuni Paesi ancor di più che in Svizzera, è per questo che a livello internazionale in questo momento si stanno rivedendo le regole che hanno caratterizzato la globalizzazione, e ciò a favore di una maggiore tutela dei lavoratori e dell’ambiente. È proprio votando no che mettiamo i nostri politici nella condizione di poter lavorare seriamente per la ricerca di soluzioni funzionali e applicabili nel nostro Paese così come a livello internazionale e non il contrario. Sfiduciando il diritto internazionale perdiamo l’occasione di scrivere nuove regole che permettano alla globalizzazione di guadagnarsi un volto più umano invece che a favore di una guerra e di ricatti commerciali tra il nostro Paese e i Paesi partner.

Maristella Polli, deputata del PLR in Gran Consiglio

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 22 novembre 2018

Perché cambiare? Fermiamo l’autogoal dell’iniziativa UDC

Perché cambiare? Fermiamo l’autogoal dell’iniziativa UDC

Il 25 novembre l’iniziativa cosiddetta dell’autodeterminazione (quella dell’autogoal) sarà probabilmente bocciata dal popolo e dai Cantoni. Cosa succederà? Proprio nulla. Tutto continuerà come prima. Il popolo svizzero ha votato sullo Spazio economico europeo, ha deciso di non aderire. Ha votato sullo Spazio Schengen, ha deciso di aderire. Ha votato sull’ONU, ha deciso di aderire.

Non voterà sul Patto ONU per una ordinata migrazione, perché è previsto esplicitamente che non è vincolante. Voterà sull’Accordo-quadro con l’Unione europea, sugli Accordi bilaterali, sulla legge sulle armi. Voterà sovranamente e nessuno dall’estero potrà sindacare sul risultato di queste prossime votazioni. Nessun automatismo. Continueremo ad essere liberi e sovrani. La nostra democrazia semidiretta continuerà a sopravvivere, anzi a crescere, nella misura in cui potremo continuare ad esprimerci liberamente. Qualche persona condannata da un tribunale svizzero non sarà espulsa? Ma rimangono comunque migliaia le persone straniere che sono condannate e che vengono espulse dalla Svizzera. Lo facevo già anch’io nei vent’anni come procuratore pubblico e, già allora, lo facevano i tribunali e lo faceva la polizia. Ma già allora, come oggi, in qualche caso eccezionale, il principio di proporzionalità previsto dalla Costituzione svizzera ha imposto una soluzione diversa. Vogliamo cambiare tutto per espellere tre o quattro delinquenti in più, ogni anno? Ma dietro l’angolo c’è l’Unione europea. Anche a me fa sempre più paura, visto che comandano Salvini, l’ungherese Orban e il polacco Kaczynski. Quelli che denigrano i tribunali, i giornalisti, i professori, gli scienziati. Esattamente come nell’epoca precedente la Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale. Ma proprio per tenere lontano qualsiasi sopruso dell’Unione europea, nei confronti del nostro popolo (non sono pagato né da Soros né da Bruxelles né dal diavolo, ho anche fatto l’ufficiale dell’Esercito svizzero, correndo su e giù per le nostre montagne con le cassette di munizioni sul groppone, a differenza di tanti fautori dell’iniziativa autogoal), dobbiamo rimanere rispettati. Proprio mentre aumentano i governi-twitter, quelli manovrati dalle nuove élites milionarie e dai mercenari dell’informazione, tutti, all’estero, devono continuare a stimare i giudici, i diplomatici e i politici svizzeri.

Commuove il messaggio del Consiglio federale sulla Convenzione di Vienna sui Trattati: rammenta che la delegazione svizzera era riuscita a migliorare la Convenzione su parecchi punti. Anche nel suo art. 27: «Nessuno Stato può prevalersi del suo diritto interno per opporsi all’applicazione di un Trattato». Così già deciso anche dalla Corte internazionale di giustizia nel 1988. Eravamo e siamo rispettati. Anch’io ne ho beneficiato personalmente, come ogni altro Svizzero, partecipando a tanti convegni internazionali, anche di preparazione di convenzioni e trattati, in cui la nostra voce era ascoltata perché leale e capace di mediare fra culture diverse.

L’UDC e la Lega dei ticinesi deridono la Convenzione di Strasburgo sui diritti dell’uomo, e la Corte internazionale di giustizia, il Tribunale penale internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio, gli innumerevoli organismi supranazionali che prevengono pericolosi conflitti fra gli Stati e moderano i soprusi delle grandi potenze. In realtà, stanno deridendo anche quelle centinaia di diplomatici e di esperti svizzeri che hanno modellato questi accordi. Ma se tutto a un tratto decideremo di non più rispettare questi accordi, la Svizzera perderà tutto il credito che è riuscita ad accumulare in decenni di laboriosa fatica. Diventeremo la pecora nera e, come tale, diventeremo ostaggio e più facile preda dei lupi che stanno circolando sempre più liberamente in Europa e nel mondo. Daremo loro un facile pretesto: voi svizzeri avete deciso di non più rispettare gli accordi. Non possiamo più fidarci di voi. Siamo ancora in dubbio per il 25 novembre? E allora lasciamo le cose come stanno, come sono andate per tutti questi decenni e quindi fermiamo l’iniziativa autogoal, perché porta solo tempesta. Quindi voteremo no.

Paolo Bernasconi, avvocato e professore

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 22 novembre 2018

Edoardo Cappelletti – Autodeterminazione, un no tra due fuochi?

Edoardo Cappelletti – Autodeterminazione, un no tra due fuochi?

Il prossimo 25 novembre saremo chiamati a esprimerci sull’iniziativa per l’autodeterminazione, un oggetto la cui complessità, va riconosciuto, non è sempre stato compensata dal consistente numero di contributi apparsi al riguardo. Se a un estremo assistiamo a una retorica, rozza e grossolana, d’incondizionato rigetto del diritto internazionale; dall’altro possiamo riscontrare, se non un’idolatria di qualsivoglia trattato stipulato dalla Svizzera, una chiusura comunque di fondo rispetto alla questione sollevata dall’UDC. Epperò, seppure in modo pericoloso, imprudente e approssimativo, quest’ultimo evoca un principio ormai legittimo, quello della sovranità nazionale, sul quale la sinistra non può esimersi almeno dall’entrare in materia, se non vuole lasciare campo libero alle destre. In quest’ottica sento perciò il bisogno di denunciare le pesanti contraddizioni della modifica proposta, cercando però di non banalizzarne la portata.
L’iniziativa mira a consacrare il primato della Costituzione rispetto al diritto internazionale, fatte salve le sue disposizioni cogenti. Nei casi di conflitto, la Confederazione dovrebbe provvedere a rinegoziare il trattati litigioso o, se necessario, a denunciarlo. Alla prassi attuale, non sempre esauriente, ma volutamente pragmatica e flessibile, l’UDC intende sostituire uno schematico automatismo, volto a restringere il margine di manovra ora riconosciuto alle autorità federali. Giova infatti ricordare che, alla regola secondo cui la Svizzera ossequiare gli obblighi internazionali, il nostro prevede già alcune eccezioni. Secondo una costante giurisprudenza del TF, se il Parlamento adotta deliberatamente una legge contraria al diritto internazionale, sarà un tale atto ad avere la precedenza, a condizione di rispettare le garanzie della CEDU (sentenza Schubert e PKK). Un compromesso che, conciliando una preminenza del diritto internazionale con una necessaria sovranità nazionale, consente al nostro Paese di mantenere salde le sue importanti relazioni estere, senza per questo impedirgli di esercitare le sue prerogative politiche, in casi eccezionali anche contrastando gli accordi sottoscritti.

Con la sua campagna, l’UDC sembra dimenticare inoltre il carattere volontario del diritto internazionale, la cui validità dipende, prima ancora che dal suo rango, dall’intenzione politica di aderirvi. Non v’è alcun dubbio che i trattati, in quanto prodotto dei rapporti di forza tra gli Stati, possano assumere contenuti anche contestabili. Ben lungi dal poterlo negare, dobbiamo però respingere la tesi dell’imposizione coercitiva degli accordi internazionali, la cui procedura di approvazione, oltretutto, si accosta a quella delle stesse leggi federali, compresa dell’assoggettamento a referendum facoltativo. La drasticità dell’iniziativa andrebbe così a compromettere la stabilità delle nostre relazioni con gli altri paesi, verso i quali la Confederazione dovrebbe tenere invece un profilo negoziale affidabile. In questo senso, essa metterebbe a repentaglio anche una serie di trattati, andando incontro a imprevedibili ripercussioni sociali ed economiche: basti pensare alle numerose convenzioni emanate dall’Organizzazione internazionale del lavoro, ma anche da quelle stipulate con l’Organizzazione mondiale del commercio. A tale proposito bisogna chiarire che, in caso di accettazione della modifica costituzionale, non sussiste soltanto il rischio di dovere denunciare determinati accordi, ma anche quello di perdere le garanzie da essi sancite, le quali potrebbero venire meno in assenza di una giurisdizione internazionale.

Questo problema andrebbe a investire specialmente il sistema della CEDU, il quale prevede la possibilità di ricorrere alla Corte EDU, una volta esaurite le vie legali interne, in caso di violazione dei diritti umani. Non a caso, l’attuazione delle sue sentenze si vedrebbe chiaramente ostacolata da norme costituzionali contrarie alla CEDU, ma alle quali le autorità giudiziarie dovrebbero dare la precedenza. In presenza di un conflitto sistematico con la CEDU, il meccanismo dell’iniziativa avrebbe quale conseguenza inevitabile una denuncia del trattato in questione, ciò che sarebbe grave per diversi motivi. Seppure non entrando nel campo dei diritti sociali, la giurisprudenza della Corte ha permesso di risolvere molte controversie delicate, altrimenti lasciate a un giudizio definitivo del TF. Oltre a ciò, la stessa ha contribuito a influenzare positivamente il diritto svizzero, come nell’ambito della procedura amministrativa, della parità tra i sessi, delle espulsioni arbitrarie e delle libertà democratiche. La CEDU costituisce perciò un mezzo di protezione supplementare che, seppure limitato alle libertà individuali, molte delle quali sono state comunque rivendicate dallo stesso movimento operaio, assolve una funzione giuridica senza dubbio meritevole di essere salvaguardata.

Ciò vale a maggior ragione in Svizzera, dove non essendo previsto alcun controllo di costituzionalità della legislazione nazionale (art. 190 Cst.), la Corte EDU può considerarsi nei fatti l’ultimo argine al potere dell’Assemblea federale, escluso chiaramente il referendum. Una situazione già di per sé criticabile che, contestualmente a una denuncia della CEDU, non potrebbe che rendere ancora più pericolosa un’applicazione dell’iniziativa. A rischio vi sono infatti le fondamenta stesse di uno Stato di diritto, poiché serve a poco sbandierare i diritti fondamentali già sanciti dalla nostra Costituzione, quando ci si dimentica di precisare che il Parlamento si ritroverebbe nella condizione di poterli violare impunemente. Anche per questo andrebbe rilanciato un dibattito sulla necessità di instituire una Corte costituzionale, ciò che tuttavia, per affermare realmente il primato della Costituzione, l’UDC si guarda bene dal fare.
Senza volermi dilungare sul testo costituzionale, a sua volta non esente da contraddizioni interne, per quanto concerne ad esempio l’automatismo nella denuncia, la validità dei trattati assoggettati a referendum e il rango della legislazione federale, saranno pertanto queste le ragioni che, il prossimo 25 novembre, mi spingeranno a esprimere un chiaro NO all’iniziativa per l’autodeterminazione.

Edoardo Cappelletti, membro di Direzione del Partito Comunista, giurista

Articolo apparso su Ticinonews, 21 novembre 2018

Le due Sviz­ze­re

Le due Sviz­ze­re

C’è un li­bro che è ap­pe­na usci­to e nes­su­no se n’è ac­cor­to. Ha la co­per­ti­na di car­to­ne du­ro e una bel­la gra­fi­ca so­bria, ele­gan­te. Se lo apri­te, sul­le pri­me due pa­gi­ne tro­ve­re­te i ri­trat­ti dei tren­ta scrit­to­ri sviz­ze­ri che lo han­no scrit­to: ognu­no in­ter­pre­ta, a mo­do suo, uno de­gli ar­ti­co­li del­la “Di­chia­ra­zio­ne uni­ver­sa­le dei di­rit­ti uma­ni”. È un’ar­ma, que­sto li­bro, che spa­ra un bel no con­tro l’ini­zia­ti­va dell’Udc, del­la qua­le tan­to si par­la in que­sti gior­ni. Un li­bro che di­mo­stra co­me esi­sta­no due Sviz­ze­re. L’im­ma­gi­ne che emer­ge da que­sto “Men­schen­re­ch­te. Wei­ter­schrei­ben” (che si po­treb­be tra­dur­re con “Di­rit­ti uma­ni. Con­ti­nua­re a scri­ver­ne”) pub­bli­ca­to dal­la ca­sa edi­tri­ce Sa­lis di Zu­ri­go a cu­ra di Sve­n­ja Herr­mann e Ul­ri­ke Ul­ri­ch, è quel­la di un pae­se crea­ti­vo e cri­ti­co. Con­sa­pe­vo­le di sta­re nel cuo­re dell’Eu­ro­pa e pron­to a col­la­bo­ra­re. Un pae­se at­ten­to ai di­rit­ti uma­ni: che non han­no fron­tie­re. Un pae­se che ha fon­da­to la Cro­ce Ros­sa e ha ac­col­to Maz­zi­ni, un pae­se do­ve il co­man­dan­te del­la po­li­zia can­to­na­le di San Gal­lo Paul Grü­nin­ger ha sal­va­to cen­ti­na­ia di ebrei nel pe­rio­do 1938-1939, un pae­se co­rag­gio­so do­ve il Par­la­men­to sa an­che di­re di no ai de­ma­go­ghi. Que­sta Sviz­ze­ra si con­trap­po­ne al­la ter­ra dei sem­pre ob­be­dien­ti, di quel­li che igno­ra­no o di­men­ti­ca­no, di quel­li che col­ti­va­no la pau­ra e l’osti­li­tà, di quel­li che se la pren­do­no con i chie­ri­chet­ti con la pel­le scu­ra, di quel­li che pro­muo­vo­no i na­zi­sti, di quel­li che si chiu­do­no die­tro la sie­pe del­la lo­ro dif­fi­den­za a sven­to­la­re, do­po aver­la se­que­stra­ta, la ban­die­ra del­la pa­tria. E chi vo­le­va re­spin­ge­re gli ita­lia­ni cin­quant’an­ni fa? Li ri­cor­da­te? Proi­bi­to l’in­gres­so a ca­ni e ita­lia­ni, di­ce­va­no.

Og­gi, pro­muo­ven­do l’ini­zia­ti­va con­tro i giu­di­ci stra­nie­ri, vor­reb­be­ro osteg­gia­re, per fa­re un so­lo esem­pio, l’im­por­tan­te Cor­te eu­ro­pea dei di­rit­ti dell’uo­mo (ve­di il re­cen­te ca­so del­le fa­mi­glie di vit­ti­me dell’amian­to, che han­no ot­te­nu­to giu­sti­zia so­lo a Stra­sbur­go). Un’ini­zia­ti­va che, in no­me del­la pa­tria, vuo­le in­tac­ca­re la no­stra li­ber­tà: che vuo­le in­tac­ca­re, dun­que, l’an­ti­co zoc­co­lo di gra­ni­to del qua­le an­dia­mo fie­ri. Ci so­no due Sviz­ze­re, ve l’ho det­to. O for­se c’è una Sviz­ze­ra di­ver­sa per ognu­no di noi, che è fat­to a mo­do suo e non è di­spo­sto a se­gui­re le di­ret­ti­ve dei ca­po­rio­ni. La Sviz­ze­ra che mi pia­ce è que­sta qui: aper­ta al mon­do. Co­me vie­ne fuo­ri dal li­bro ci­ta­to so­pra. Li­bro col­let­ti­vo e plu­ri­lin­gue – con­tie­ne an­che quat­tro te­sti in ita­lia­no – che tor­na a par­la­re di di­rit­ti uma­ni, a set­tant’an­ni dal­la lo­ro pro­cla­ma­zio­ne: per­ché è ne­ces­sa­rio tor­na­re a par­lar­ne. Era il di­cem­bre 1948, quan­do l’As­sem­blea Ge­ne­ra­le del­le Na­zio­ni Uni­te pre­se quel­la ri­so­lu­zio­ne. Io ave­vo ot­to an­ni, gio­ca­vo igna­ro in un cor­ti­le a due pas­si dal­la re­te di con­fi­ne, ol­tre la qua­le si era con­su­ma­ta l’ul­ti­ma car­ne­fi­ci­na del se­co­lo, ma non ne sa­pe­vo qua­si nien­te. For­se av­ver­ti­vo per aria uno stra­no odo­re di bru­cia­to: ma mi era sta­to re­ga­la­to un pal­lo­ne di cuo­io e so­gna­vo di di­ven­ta­re il por­tie­re del­la squa­dra di via Co­ma­ci­ni. Non sa­pe­vo che sta­va per na­sce­re una gran­de spe­ran­za, la spe­ran­za di po­ter vi­ve­re in un pae­se ge­ne­ro­so, aper­to al mon­do, al­la so­li­da­rie­tà: la spe­ran­za di una Sviz­ze­ra in cui pos­sa­no ri­suo­na­re chia­ra­men­te le pa­ro­le del pri­mo ar­ti­co­lo di quel­la “Di­chia­ra­zio­ne” – un li­bric­ci­no che ci sta co­mo­da­men­te nel­la ta­sca dei pan­ta­lo­ni o in una bor­set­ta da don­na: “Tut­ti gli es­se­ri uma­ni na­sco­no li­be­ri ed ugua­li in di­gni­tà e di­rit­ti. Es­si so­no do­ta­ti di ra­gio­ne e di co­scien­za e de­vo­no agi­re gli uni ver­so gli al­tri in spi­ri­to di fra­tel­lan­za”. Non è tut­ta qui, la de­mo­cra­zia?

Al­ber­to Nes­si, scrit­to­re

Articolo apparso su LaRegione, 21 novembre 2018

Svizzera più debole con l’autodeterminazione

Svizzera più debole con l’autodeterminazione

Nel nostro Paese non tutto è perfetto. È però incontestabile che la popolazione svizzera dispone di un’assistenza sanitaria di altissimo livello, di un sistema di formazione considerato esemplare dai nostri vicini, di una gestione performante delle sue risorse e di infrastrutture di qualità. Molti dimenticano che questi vantaggi sono spesso il frutto della ricerca di punta condotta in Svizzera.

Inoltre, i numerosi poli d’innovazione con sede in Svizzera creano posti di lavoro locali e competitivi. Da recenti studi (Ufficio federale di statistica, 2015) emerge che la creazione di posti di lavoro e di imprese è concentrata intorno ai principali poli di ricerca, in particolare nelle regioni del Lemano, di Zurigo e Basilea e in Ticino, che – un dato spesso dimenticato – accoglie dei centri di ricerca di alto livello.

La piazza svizzera della formazione e della ricerca gode di prestigio internazionale. Da diversi anni la Svizzera si colloca regolarmente nella top 5 mondiale in numerosi campi scientifici (SEFRI, 2016): un posto invidiabile se si considera lo stretto legame che esiste tra la ricerca di alta qualità, l’ecosistema dell’innovazione, la ricchezza in senso lato e il benessere generale.

Questa eccellenza non è dovuta unicamente allo straordinario DNA degli scienziati svizzeri, bensì è da attribuire, come ovunque, alla nostra capacità di attirare i cervelli migliori. La scienza non conosce frontiere, oggi più che mai.

Per questi motivi, un voto a favore dell’isolamento e del ripiegamento in sé stesso sarebbe pericoloso per la piazza svizzera della formazione, della ricerca e dell’innovazione. Di recente abbiamo fatto le spese dell’impatto nefasto di tali scelte. Conseguenza diretta del sì all’iniziativa popolare «Contro l’immigrazione di massa» del 9 febbraio 2014, l’esclusione dai programmi quadro di ricerca europei tra il 2014 e il 2016 ha privato i nostri ricercatori dell’accesso ai competitivi e prestigiosi fondi di ricerca ERC e ha provocato un netto calo dei finanziamenti europei. Queste perdite ammontano fino a oggi a 1,4 miliardi di franchi e non potranno più essere interamente recuperate. L’esclusione ha inoltre comportato una diminuzione dei coordinamenti dei progetti (–30%) e delle partecipazioni ai progetti europei (–25%) (SEFRI, 2018).

Ma il denaro non è tutto. Essere esclusi da questi programmi significa anche privare i nostri studenti e giovani ricercatori – i talenti di domani – dell’accesso alle reti europee che permettono loro di sviluppare le proprie conoscenze e tessere contatti essenziali per la loro futura carriera.

Se il contributo della Svizzera a programmi di ricerca e la sua forte presenza nei comitati scientifici internazionali sono ampiamente riconosciuti tra gli ambienti scientifici, lo stesso vale per i nostri esperti, giudici, professori, che si impegnano a pieno titolo in numerosi organismi internazionali: all’ONU, alla Corte penale internazionale, al Consiglio d’Europa. L’iniziativa per l’autodeterminazione rappresenta una vera minaccia per la Svizzera, un Paese che può esercitare un influsso sulle decisioni internazionali solo attraverso le sue reti, le amicizie che ha tessuto ovunque nel mondo e la partecipazione alla giurisdizione internazionale. Solo apportando le nostre conoscenze e il nostro know-how possiamo contribuire a definire le condizioni quadro che determinano il nostro quotidiano. Non lasciamo agli altri la responsabilità di plasmare il nostro futuro.

Clima, migrazioni, pandemie le grandi sfide alle quali siamo confrontati possono essere risolte solo collettivamente. L’isolamento dà solo un’illusione di sicurezza. Un’illusione pericolosa. Senza una spiccata vocazione internazionale, la Svizzera finirà per indebolirsi. L’A.G.F.A si impegna per tutti questi motivi invita a respingere l’iniziativa per l’autodeterminazione.

Jean-Marc Triscone, presidente A.G.F.A (Association de Genève des Fondations Académiques che raggruppa le fondazioni romande a sostegno della formazione e della ricerca nelle scuole universitarie)

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 20 novembre 2018