Vittoria svizzera – meno armi e più sicurezza

Vittoria svizzera – meno armi e più sicurezza

Uniti dal diritto esprime grande soddisfazione per il risultato odierno, specialmente per le famiglie dei poliziotti e delle guardie di frontiera, svizzeri, italiani, francesi, tedeschi: è finito il rischio di finire crivellati dai colpi di armi vendute nei negozi svizzeri. Il popolo svizzero ha accettato a larga maggioranza la revisione della legge sulle armi, sconfessando l’UDC promotore del referendum.

La vittoria del no in Ticino è invece frutto di una campagna di disinformazione. La lobby delle armi ha raccolto ampi mezzi finanziari per tappezzare le strade e i giornali ticinesi di inserzioni. I media sono stati inondati di paure infondate, come quella secondo cui tutti i possessori di un’arma sarebbero stati automaticamente colpiti della legge, come tiratori e cacciatori.

Non da ultimo vogliamo ricordare come il ministro Gobbi sia stato l’unico ministro di polizia di tutta la Svizzera che ha fatto una clamorosa campagna contro la legge federale. Citiamo ad esempio il primo incontro della nuova legislatura con i dirigenti funzionari del suo dipartimento, che è stato organizzato in un poligono di tiro a soli pochi giorni dal voto. Avendo sostenuto una proposta che ha messo a rischio gli accordi di cooperazione delle polizie dei cantoni svizzeri con le polizie dei Paesi dello spazio Schengen/Dublino, riteniamo che il Consigliere di Stato dovrebbe dimissionare come presidente della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS).

L’Associazione Uniti dal Diritto coglie l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto la campagna del SÌ.

 

Più di 1300 permessi per armi pericolose

Più di 1300 permessi per armi pericolose

Il Consiglio di Stato ha pubblicato i dati sui permessi per la vendita di armi pericolose e vietate. Nel 2018, 1319 permessi per armi pericolose sono stati concessi in Ticino. Queste armi, che includono anche i fucili mitragliatori non sono ancora vietate. Preoccupante resta il fatto che “(…) per acquisire un’arma non è necessario provare un bisogno”. Quest armi pericolose, non ancora vietate, finirebbero nella categoria vietata con l’approvazione della revisione della legge sulle armi. Tante armi in circolazione, a che fine? Dove finiscono?

La revisione mira a proprio a vietare il commercio di quelle armi, come quelle semi-automatiche, che possono sparare a raffica. Meno armi in circolazione e il mantenimento dell’accordo Schengen/Dublino sono due strumenti necessari per lottare contro la criminalità e il traffico di armi, che in Svizzera, seppure se ne parla poco, è un problema ben documentato dai Procuratori che hanno lavorato su tanti casi dove era implicata la mafia. Questa revisione permette di rafforzare la lotta contro questi fenomeni e migliorare la sicurezza pubblica in Svizzera.

Per quest ragioni invitiamo a votare SÌ domani alla revisione della legge sulle armi.

Articolo pubblicato su La Regione

 

 

Sì alla revisione della legge sulle armi il 19 maggio

Sì alla revisione della legge sulle armi il 19 maggio

Di Francesco Lombardo – Limitare o avere un maggiore controllo sull’accesso alle armi da fuoco significa aumentare la sicurezza e prevenire atti inconsulti con conseguenze fatali.

Con un pizzico di sincero senso critico, potremmo pure interrogarci su quali siano davvero i valori svizzeri tanto propagandati dei contrari alla legge sulla revisione delle armi? Essi possono essere solo quelli che si sono in qualche modo sanciti attraverso dei percorsi democratici, pluralistici, che hanno contraddistinto la storia del nostro paese. Percorsi marcati da un grande senso d’appartenenza allo Stato, basato sul valore massimo della solidarietà.

È quindi importante che noi c’interroghiamo sulla qualità di vita e la qualità dei nostri rapporti umani. Questa apertura all’altro è alla base della prevenzione della violenza e del disagio, che trovano la sua espressione peggiore nel suicidio o nel passaggio all’atto per mezzo di un’arma all’interno della sfera privata. In Svizzera quasi un omicidio su due ha luogo nell’ambito della violenza domestica. Circa la metà di questi viene commesso per mezzo d’un arma da fuoco (Statistica criminale di polizia, 2018).

Ogni anno muoiono per suicidio in Svizzera circa 1’000 persone. I tentativi di suicidio trattati, invece, sono molto più numerosi e vanno da 10 mila ai 15 mila ogni anno (Ufficio federale di statistica, 2017). L’Organizzazione mondiale della sanità lo definisce un problema di salute pubblica maggiore (Oms, 2018). In ragione del contesto emotivo che lo circonda, il suicidio incontra ancora molto imbarazzo nel dibattito tra la gente comune. Pertanto, siamo tutti toccati dalle statistiche pubblicate da alcuni anni, che attestano l’aumento del tasso di suicidio in certi gruppi d’età nella nostra società. Il problema ci interpella e ci obbliga a ripensare i nostri valori e le nostre credenze in rapporto a questa questione.

La facilità di accesso a mezzi suicidari sicuramente letali, come le armi da fuoco, può accentuare il rischio di concretizzazione di comportamenti suicidari, poiché è dimostrato che la determinazione di una persona nel voler morire è solitamente in rapporto con il metodo scelto (Padoani, Marini e Pavan, 2002). Nelle case dove c’è un’arma da fuoco il rischio che si consumi un suicidio sarebbe sei volte maggiore rispetto a quelle in cui l’arma non è presente (Osservatore romando per la prevenzione suicidio, 2016). Nel caso di omicidi plurimi che si concludono con un suicidio, la disponibilità di armi da fuoco svolge un ruolo determinante: l’uccisione di più persone contemporaneamente ed il successivo suicidio sono estremamente facilitati dalla presenza d’armi da fuoco.

Il 19 maggio, quando andremo a votare, si tratterà di far convergere, su più piani, un insieme di misure che contribuisca a meglio proteggere i cittadini dall’abuso e la vendita d’armi. Un piccolo, e allo stesso tempo, grande passo in avanti. Dipende sempre dai punti di vista, ma sicuramente sarà nell’interesse superiore delle vite di alcuni amici, padri, mogli, figli e parenti.

Pubblicato su La REGIONE online il 15 maggio 2019.

Essere svizzeri nell’animo non è possedere un fucile

Essere svizzeri nell’animo non è possedere un fucile

Di Guido Tognola* – Nel capolavoro di Michael Cimino Il cacciatore (The Deer Hunter), Mike (Robert De Niro) si imponeva di abbattere il cervo con un solo proiettile, senza farlo soffrire, per dargli un’opportunità di fuga, di vita. Nel tamburo della pistola di Nick (Christopher Walken), sempre nello stesso film, durante il gioco della roulette russa, una sola pallottola nella speranza recondita non di vivere, bensì di morire.

Nei duelli dei tempi che furono, un solo tiro per riscattarsi dall’onta di un onore offeso (solo negli Stati Uniti ci si sparava tutto quello che si aveva a disposizione, attitudine non del tutto svanita). Un solo colpo distingue il cecchino. Una sola possibilità nella vita o nella morte, come nel mito di Tell o di Leontica, distingueva l’atto eroico.

Ora, l’iniziativa sulle armi in votazione il 19-5-19 (curioso come sommando le singole cifre otteniamo il numero 25, che nella smorfia rappresenta il Natale, non esattamente simbolo di sparatorie) limita la possibilità di un caricatore a 20 proiettili, prevede l’obbligo di contrassegnare tutte le parti essenziali delle armi in oggetto e soprattutto l’obbligo, per i commercianti, di segnalarne all’autorità cantonale competente tutte le vendite, rispettivamente acquisti, effettuati.

Beninteso: stiamo parlando di armi semiautomatiche, armi da guerra, quelle alle quali ultimamente ci siamo abituati vedere imbracciate da brutte persone vestite di nero, per intenderci: non scacciacani.

Pur non dubitando di chi sostiene che tale iniziativa sarà ininfluente per combattere il terrorismo (cosa ancora tutta da dimostrare), sicuramente mi permetto di dissentire per quanto attiene al controllo del commercio di un settore ad alto rischio e fra i prediletti da lobby ed altre organizzazioni varie non sempre promulgatrici di messaggi positivi e pacifici.

Al contrario, l’accordo Schengen-Dublino risulta fondamentale ai fini di contrastare il terrorismo ed il crimine in generale. Le collaborazioni fra polizia svizzera e Stati UE, lo scambio informativo sistematico, hanno già prodotto risultati tangibili: metterlo a rischio sarebbe veramente incosciente, se non irresponsabile. Non si tratta di un ricatto: ogni azione (anche una non azione è azione) implica una reazione ed in questo caso, non collaborando, la reazione naturale è l’isolamento, o almeno il rischio di venire isolati.

È altresì vero che avremo novanta giorni a disposizione per convincere tutti gli Stati UE ad accettare un nostro eventuale rifiuto, ma mettendosi in questa situazione chi sarà veramente libero nella propria decisione? Noi? Loro?

In un mondo come quello di oggi, il non vedere oltre, l’isolarsi, l’autarchia, alla lunga, saranno sinonimo di prigionia esattamente come nell’Albania di Hoxha o in quei resort esclusivi per pochi, sicuramente non per chi ci lavora, o quartieri di certe città, cintati da filo spinato e guardie armate. Spontaneo chiedersi: chi è il vero prigioniero? Senza dimenticare quando vorremo viaggiare e non solo per piacere: personalmente ricordo ancora le lunghe file sotto il cartello «Altri passaporti» vissute prima degli accordi di libera circolazione.

Il 19 maggio non si tratterà di mettere a repentaglio parte della nostra identità: il tiro sportivo o storico come ribadito dall’iniziativa è salvaguardato e non credo che il vero svizzero abbia mai tenuto in casa un fucile semiautomatico, dicasi fucile d’assalto, a mo’ di deterrente contro la criminalità (come asserito dai contrari all’iniziativa), bensì per un’eventuale mobilitazione contro un eventuale invasore, ad oggi storicamente solo nazi-fascista, a meno che chi contrasta l’iniziativa non sogni un domani salviniano, né molto elvetico, né grande esempio di democrazia liberale.

Sperando nella mobilitazione del mondo di Venere ed in un ritrovato buonsenso di Marte, mi chiedo semplicemente se non abbiamo veramente dimenticato che l’essere svizzeri dentro è cosa diversa da un fucile.

*presidente Sezione PLR di Lugano

Pubblicato sul Corriere del Ticino 15 maggio 2019

 

Meno fucili e pistole più sicurezza

Meno fucili e pistole più sicurezza

Di Marco Mona – Negli anni 80 quando c‘era ancora la mitica Swissair atterrando in Nuova Zelanda la simpatica hostess diceva «Spostate indietro il vostro orologio, stiamo arrivando nella Svizzera di 25 anni fa». Paese lindo e pulito, dove tutti si conoscono o quasi, un cittadino su tre possiede un’arma da fuoco. Un idillio dal quale si è brutalmente svegliata il 15 marzo di quest’anno con il massacro di Christchurch. Cinquantuno le vittime, soprattutto anziani, donne e alcuni bambini uccisi a sangue freddo con armi automatiche da un fanatico suprematista bianco venuto dall’Australia perché in Nuova Zelanda ha potuto procurarsele senza problemi. Tempo tre settimane la coraggiosa prima ministra Jacinta Ardern ha fatto passare in parlamento la legge che vieta la vendita di armi semi-automatiche e fucili d’assalto con un voto storico, 119 sì – 1 contrario. Chi ne possiede può restituirle o ottenere una autorizzazione previo controllo. Da noi in Svizzera abbiamo ora la possibilità di procedere ad un passo più meno analogo per aumentare la nostra sicurezza, evitare gli abusi o il facile accesso ad armi letali a potenziali criminali o terroristi senza aver subito il trauma (e diciamoci davvero fortunati) della Nuova Zelanda. La nuova legge federale sulle armi è una proposta sensata, creata con l’attiva collaborazione delle autorità federali e tiene conto in maniera coerente delle tradizioni particolari svizzere di tiro e di uso delle armi. Effettivamente sono pochi coloro che ne subiranno delle conseguenze: la legge non tocca i diritti dei membri dell’esercito, dei cacciatori, di tiratori sportivi, proprietari di armi già registrate o di collezionisti. Per loro non cambia niente. Sono toccati in maniera minima i detentori di armi semiautomatiche non registrate: dovranno registrarle entro tre anni. Tiratori membri di una società di tiro che usano regolarmente armi semiautomatiche, dovranno soltanto fornire ogni cinque o dieci anni la prova di appartenenza alla società. E nemmeno per produttori o commercianti di armi vi sono delle conseguenze pesanti salvo l’obbligo di contrassegnare le parti essenziali dell’arma da fuoco. Rimangono soltanto le persone che non fanno parte di una società di tiro, che non sono collezionisti e che non esercitano regolarmente lo sport: loro non potranno acquistare armi semiautomatiche. Non c’è nessuna ragione per non votare sì il 19 maggio: meno armi automatiche non registrate più sicurezza.

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 15 maggio 2019

Legge sulle armi al passo con i tempi

Legge sulle armi al passo con i tempi

Di Fabio Abate – Il dibattito sulla revisione della Legge sulle armi ha visto nelle ultime settimane i fronti contrapposti snocciolare tutte le argomentazioni possibili e immaginabili. Con questo breve intervento non intendo riproporre quanto già detto e scritto. Mi limito a ricordare di aver sostenuto la revisione in Parlamento con le stesse argomentazioni che in particolare i colleghi di Deputazione alle Camere federali favorevoli alla revisione hanno proposto in modo esaustivo. Non le ripeto. Mi interessa invece riprendere un’affermazione che ha completato l’apparato di difesa dei contrari, ossia la convinzione di votare una legge che indebolisce, o addirittura compromette in questo ambito particolare, il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. In effetti, soprattutto durante il secondo dopoguerra e contestualmente alla crescita demografica, il dovere di conservare un’arma da guerra sull’arco di una lunga stagione di obblighi militari ha permesso la diffusione di una vera e propria convivenza con questa arma, normalizzandone il rapporto. Ciò è avvenuto anche e soprattutto negli agglomerati urbani, lontani dai tradizionali luoghi di dimora dei cacciatori e dei tiratori.

Anche la mia generazione, obbligata a riservare alle armi uno spazio in cantina o in qualche armadio, ha interpretato questo rapporto come un diritto, anche con orgoglio. Le istituzioni del Nostro Paese hanno sempre promosso l’idea di un cittadino armato che non deve suscitare sentimenti di preoccupazione, poiché noi svizzeri godiamo di un rapporto di fiducia che lo Stato ha attestato senza indugio tramite il possesso autorizzato di armi di vario genere, non da ultimo quelle non accessibili a chicchessia e che hanno imposto un’istruzione all’uso.

Questa fiducia è sempre stata ricambiata con un comportamento irreprensibile di quasi tutta la cittadinanza, capace di dimostrare il rispetto delle regole di convivenza, nonché delle istituzioni. Nulla a che vedere con il modello americano di società, in cui i cittadini si armano, sostituendosi allo Stato per tutelarsi. Questo principio trova il suo fondamento nel secondo emendamento del Bill of rights, ossia la Carta dei diritti che dal 1791 segue la Costituzione. In Svizzera non esiste un diritto fondamentale garantito dalla Nostra Costituzione al possesso delle armi. Anzi, la Costituzione federale all’articolo 107 sancisce la competenza della Confederazione ad emanare prescrizioni contro l’abuso delle armi, accessori di armi e munizioni.

Fatte queste precisazioni, a pochi giorni dal voto, capisco l’indignazione del collezionista, dell’appassionato, ossia di coloro che esercitano ancora oggi questi diritti che derivano da un rapporto radicato di fiducia, mai tradito con un comportamento inadeguato, anche solo negligente nel rispetto delle prescrizioni di sicurezza. Ma la società del Nostro Paese non è più quella del cittadino soldato; l’inizio del processo di trasformazione risale forse all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. La popolazione è aumentata e soprattutto spicca nella sua eterogeneità, confrontando il “vecchio” cittadino soldato ad altri modelli, assolutamente estranei al possesso di un’arma. Ricordo durante la sessione extra muros a Flims nel 2006 un acceso dibattito nel mio gruppo parlamentare sulla revisione della legge sulle armi voluta dal Consiglio federale per uniformare l’applicazione delle norme, in modo tale da armonizzare la prassi in vigore nei singoli cantoni. La discussione riguardava il diritto di portare a casa armi militari e munizioni. Le voci contrarie giunsero da figure femminili. Fu interessante constatare la sorpresa e soprattutto percepire malcelati sentimenti di fastidio di coloro che insistevano con la difesa di valori e diritti appartenenti ad un modello di società, in cui l’accettazione e la tolleranza da parte delle donne dei rapporti tra cittadini svizzeri e armi erano assodate. Di certo queste voci dissidenti si sono moltiplicate e rispecchiano altre aspettative per quanto concerne i rapporti di fiducia tra cittadinanza e Stato. Questa revisione di legge limita l’accesso a determinate armi. Non è un atto di tradimento verso persone oneste e capaci di coltivare il proprio hobby in modo affidabile. Tiene in considerazione interessi superiori e preponderanti che riguardano tutta la cittadinanza.

Pubblicato su La Regione, 11 maggio 2019

Dieci sì a raffica contro le armi semiautomatiche

Dieci sì a raffica contro le armi semiautomatiche

Di Matteo Quadranti – 1. Vogliamo fare qualcosa per rendere meno facile il possesso e l’uso di certe armi con particolare potenza di tiro? Sì, perché è cosa eticamente giusta.

2. È utile che esercito e polizia dispongano di armi anche semiautomatiche? Sì, per la sicurezza di tutti.

3. È giusto e conveniente che le nostre forze di sicurezza possano disporre di un sistema integrato di scambio di informazioni a livello continentale (Accordo di Schengen)? Sì, lo è nell’interesse di tutti i cittadini svizzeri, e anche di quelli europei (ci mancherebbe). Nemmeno i contrari alla modifica di legge arrivano a chiedere che detto accordo venga disdetto consapevoli che sarebbe un passo indietro e che pagheremmo tutti noi svizzeri in cambio della passione o del lusso di taluni che oggi come oggi pare non possano accettare di assolvere qualche formalità burocratica in più di quelle vigenti pur di avere le indispensabili semiautomatiche che sparano più di 10 colpi (fucili) e 20 (pistole). Ora, non mi consta che i cacciatori siano autorizzati a sparare a raffica ai camosci. Negli stand di tiro, premesso che non saranno vietate tali armi, c’è da chiedersi se i programmi di gara non potrebbero comunque essere adeguati ad armi ammesse.

4. Cacciatori, come i possessori di armi devono disporre di autorizzazione oggi? Sì. E non mi risulta che i funzionari cantonali addetti a tali pratiche agiscano arbitrariamente come ho sentito dire da sostenitori del no. I funzionari saranno gli stessi di oggi anche se dovranno fare qualche accertamento in più ma non si vede perché improvvisamente dovrebbero iniziare ad operare in modo arbitrario. Ma come, la fiducia la si deve dare ai cittadini tiratori e cacciatori ma non ai funzionari (peraltro cittadini pure loro)?

5. È utile che, limitatamente ad un uso controllato, anche tiratori e cacciatori possano usare armi ed organizzare ad esempio feste federali di tiro? Sì, per le passioni e le tradizioni di quest’ultimi che non valgono per tutti. La riforma della legge sulle armi non impedisce queste attività perché è un compromesso politico.

6. Ma gli altri? Perché non si potrebbero o dovrebbero porre alcune restrizioni, autorizzazioni e controlli? Sì, è corretto porle perché meno armi girano e minori sono i rischi per potenziali vittime innocenti. Abbiamo leggi contro le infrazioni stradali perché alcuni conducenti possono alla guida di un’auto diventare pericolosi, leggi per chi detiene razze di cani potenzialmente pericolosi, leggi che proibiscono e sanzionano coloro che mettono in pericolo la vita altrui trafficando e spacciando droga. L’intero codice penale sanziona comportamenti astratti o concreti e anche chi svolge attività senza autorizzazioni o viola precetti professionali. Nessuna di queste norme impedisce di commettere reati, rifornirsi su mercati neri. Eppure, siamo tutti d’accordo che servono per proteggere dei beni superiori e sanzionare chi le viola. I contrari all’inasprimento della legge sulle armi ritengono che deve valere il principio di libertà e di fiducia verso il cittadino perché nella maggioranza dei casi lo siamo tutti buoni e onesti. Se quindi deve prevalere libertà e fiducia allora cancelliamo tutte le leggi sopra indicate?

7. Voi vi sentite più liberi e svizzeri perché potete muovervi senza ostacoli in tutta Europa senza visti e controlli alle dogane? Direi di sì. Oppure il vostro grado di libertà e svizzeritudine lo misurate in base alla possibilità di avere un’arma semiautomatica e di impedire che le singole parti di un’arma siano registrate e codificate per la lotta al mercato nero? Lascerei certe idee agli statunitensi che di stragi con armi a raffica ne sanno qualcosa. Io preferisco sentirmi più svizzero in altri contesti.

8. La legge in votazione non è un diktat dell’UE, come serpeggia ormai tra chi vede l’UE come il fumo negli occhi qualunque cosa esca da lì. Essa è invece, sì, un esempio di soluzione tipicamente svizzera di compromesso dove il Governo ha saputo salvaguardare le peculiarità svizzere dell’arma di servizio e dei tiratori sportivi.

9. L’opuscolo informativo del Consiglio federale è veritiero? Sì, i contrari non lo hanno impugnato al Tribunale federale come era in loro facoltà. Pertanto, sostenere in campagna referendaria che il nostro Governo non la racconti giusta è una mancanza di rispetto verso le istituzioni … svizzere!

10. La legittima difesa personale in caso di aggressione ci autorizza a sparare a raffica al nostro aggressore? Oppure costituirebbe un eccesso di legittima di difesa punibile col carcere? Sì, sarebbe un chiaro caso di eccesso di legittima difesa.

Il mio è un invito convinto a votare sì il 19 maggio.

* deputato del PLR in Gran Consiglio

Pubblicato sul Corriere del Ticino venerdì 10 maggio 2019

La foto esplosiva: «Stop ai kalashnikov di casa nostra»

La foto esplosiva: «Stop ai kalashnikov di casa nostra»

Articolo pubblicato su tio.ch – L’avvocato Paolo Bernasconi in posa con un’arma da guerra per denunciare «il supermercato svizzero delle armi». Assieme ad altri ex magistrati sostiene il Sì al tema in votazione il 19 maggio

LUGANO – Di fronte alla richiesta, l’armaiolo lo guarda quasi rassegnato: «Me lo chiedono tanti turisti di farsi scattare una foto con un kalashnikov. Tutti basiti che in tutta la Svizzera fucili mitragliatori e altre armi da guerra in vetrina siano anche in vendita». E allora prende dalla scansia l’arma che Bin Laden teneva sempre accanto, come un marchio di fabbrica, e la porge all’avvocato Paolo Bernasconi.

Ufficiale di fanteria, fucile e pistola Bernasconi li aveva in casa. Ma è come procuratore pubblico che ha toccato con mano il lato oscuro del mercato delle armi: «Ne ho visti tanti di fucili simili, negli arsenali di mafiosi, riforniti in Svizzera e sequestrati nei Paesi vicini. Ecco perché ho votato sì, perché nemmeno un solo poliziotto o guardia di confine sia vittima di fucili da guerra venduti in negozi di casa nostra». Negli scorsi giorni assieme una nutrita schiera di ex magistrati ticinesi, in passato suoi colleghi di trincea, si era apertamente pronunciato a favore della “Trasposizione nel diritto svizzero di una modifica della direttiva UE sulle armi”. Il tema caldo in votazione il prossimo 19 maggio. «Siamo liberi perché abbiamo il coraggio di disarmare criminali che si servono nel supermercato svizzero delle armi» dice l’avvocato. Che, sia detto, per inciso, alla fine il kalashnikov l’ha lasciato nel negozio.

Articolo pubblicato su tio.ch 10.05.2019

Sicurezza europea, svizzera, armi, Schengen e Dublino

Sicurezza europea, svizzera, armi, Schengen e Dublino

Di Niccolò Salvioni – La votazione del 19 maggio p.v. verte ad accettare determinate nuove limitazioni all’utilizzo di armi da fuoco in Svizzera rispetto alla Direttiva 91/477/Cee. Gli attentati terroristici verificatisi anche in Europa, hanno portato l’Unione europea a restringere le disposizioni relative al diritto all’acquisto e detenzione d’armi, mediante nuove misure contenute ora nella Direttiva (Ue) 2017/853.

Tra queste, vanno annoverate la definizione di “caricatori ad alta capacità” e il divieto di possesso anche di armi da fuoco semi-automatiche dotate di caricatori ad alta capacità.

Le misure di attuazione della Direttiva Ue 2017/853 proposte dalla Confederazione sarebbero attuabili senza particolare sforzo da parte degli interessati al tiro e i Cantoni, che si troverebbero a dovere gestire (…)

(…) i cambiamenti proposti. L’attuazione di tali misure determinerebbe un aumento di sicurezza per la popolazione, ritenuto che il numero di armi automatiche in circolazione con caricatore ad alta capacità diminuirebbe e che queste ultime risulterebbero maggiormente controllate e tracciabili. Inoltre, la necessità di un utilizzo periodico delle stesse da parte dei proprietari genererebbe un aumento di membri delle associazioni di tiro sportivo e al contempo della frequentazione dei relativi poligoni di tiro.

L’art. 7 cpv. 4 dell’Accordo di associazione Schengen (Aas) prevede che, qualora la Svizzera notifichi la decisione di non accettare il contenuto di un atto o di un provvedimento come appunto la Direttiva 91/477/Cee successive, l’Aas non è più applicabile e viene dunque avviata una procedura che conduce automaticamente alla cessazione dell’Aas, a meno che il comitato misto non decida altrimenti in modo unanime. Lo stesso vale anche in caso di una trasposizione puntuale ma incompleta o insufficiente (ossia incompatibile con Schengen) da parte della Svizzera. In caso di controversia, la procedura per dirimere le controversie (art. 10 Aas) condurrà allo stesso risultato, ossia alla cessazione automatica della cooperazione Schengen, a meno che il comitato misto non decida altrimenti in modo unanime entro il termine previsto. In entrambi i casi la cessazione dell’Aas comporta de lege anche la cessazione della cooperazione Dublino (art. 15 par. 4 Aas; art. 14 par. 2 dell’Accordo di associazione a Dublino – Aad). Decadendo Dublino, la Svizzera si troverà in serie difficoltà a controllare il flusso di migranti ai propri confini, non potendoli più rinviare negli Stati di prima registrazione.

La cessazione degli Accordi di Schengen/Dublino comporterebbero gravi ripercussioni negative per la Svizzera: tali ripercussioni non riguarderebbero soltanto i piani operativi di sicurezza per la polizia, giudiziari per le indagini e di gestione della migrazione. La Svizzera trae attualmente grande vantaggio dall’associazione Schengen, anche sul piano economico.

Per questi motivi, soppesando gli argomenti opposti, ritengo che votare sì alla proposta dell’Assemblea federale di modifica della legge svizzera sulle armi sia giudizioso. Votando no, creeremmo dei grossi problemi al Consiglio federale, oltre a formare le basi per una cessazione delle cooperazioni Schengen/Dublino, con rischio di grave danno all’economia del paese.

Pubblicato su La Regione, 9 maggio 2019

Un giusto divieto per le armi pericolose

Un giusto divieto per le armi pericolose

Di John Noseda – La modifica fondamentale della legge sulle armi che sarà importantissimo approvare il prossimo 19 maggio, consiste nel divieto delle armi da fuoco per il tiro a raffica, comprese quelle modificate e quelle dotate di caricatori ad alta capacità di colpi.

Si tratta di armi estremamente pericolose, spesso utilizzate a scopi criminali, come ha purtroppo dimostrato la nostra esperienza giudiziaria degli scorsi anni. In mancanza di un divieto esplicito, numerosi delinquenti hanno potuto acquistare armi formalmente legali ma facilmente modificabili, utilizzandole per commettere atti violenti. Sono numerose le segnalazioni e le rogatorie ricevute dall’estero negli scorsi anni relative a reati gravi commessi con armi di questo genere acquistate legalmente in Svizzera. È inoltre preoccupante che il giovane studente arrestato lo scorso anno a Bellinzona per il sospetto di pianificare una strage fosse in possesso della replica di un AK-47 semiautomatico acquistabile tramite normale permesso e senza particolari limitazioni. Si tratta quindi di una lacuna legislativa evidente, che il semplice buon senso impone di colmare. Anzi, proprio la tutela della tradizione svizzera in materia di caccia e di tiro sportivo esige la prevenzione di un uso scorretto (criminale, ma anche solo scriteriato) delle armi più pericolose, impedendo che le nostre leggi vengano aggirate. Le preoccupazioni di chi vuole difendere l’indipendenza e l’autonomia decisionale del nostro Paese dalle ingerenze internazionali, si difendono soltanto anticipando le situazioni problematiche (e non subendo le possibili conseguenze dei nostri ritardi) e quindi correggendo le lacune della nostra legislazione in modo tempestivo.

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 8 maggio 2019