Un giusto divieto per le armi pericolose

Un giusto divieto per le armi pericolose

Di John Noseda – La modifica fondamentale della legge sulle armi che sarà importantissimo approvare il prossimo 19 maggio, consiste nel divieto delle armi da fuoco per il tiro a raffica, comprese quelle modificate e quelle dotate di caricatori ad alta capacità di colpi.

Si tratta di armi estremamente pericolose, spesso utilizzate a scopi criminali, come ha purtroppo dimostrato la nostra esperienza giudiziaria degli scorsi anni. In mancanza di un divieto esplicito, numerosi delinquenti hanno potuto acquistare armi formalmente legali ma facilmente modificabili, utilizzandole per commettere atti violenti. Sono numerose le segnalazioni e le rogatorie ricevute dall’estero negli scorsi anni relative a reati gravi commessi con armi di questo genere acquistate legalmente in Svizzera. È inoltre preoccupante che il giovane studente arrestato lo scorso anno a Bellinzona per il sospetto di pianificare una strage fosse in possesso della replica di un AK-47 semiautomatico acquistabile tramite normale permesso e senza particolari limitazioni. Si tratta quindi di una lacuna legislativa evidente, che il semplice buon senso impone di colmare. Anzi, proprio la tutela della tradizione svizzera in materia di caccia e di tiro sportivo esige la prevenzione di un uso scorretto (criminale, ma anche solo scriteriato) delle armi più pericolose, impedendo che le nostre leggi vengano aggirate. Le preoccupazioni di chi vuole difendere l’indipendenza e l’autonomia decisionale del nostro Paese dalle ingerenze internazionali, si difendono soltanto anticipando le situazioni problematiche (e non subendo le possibili conseguenze dei nostri ritardi) e quindi correggendo le lacune della nostra legislazione in modo tempestivo.

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 8 maggio 2019

Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Di Marco Cameroni Ci risiamo. A proposte elaborate nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini, ad argomenti convincenti, solidi c’è chi risponde con slogan, demagogia, coperta con un velo patriottico risibile, almeno per chi si dà la pena di chinarsi con attenzione sulla revisione parziale della legge sulle armi. Qualche esempio.

Fermiamo il diktat dell’Unione europea.

Ma quale diktat? Da una decina d’anni la Svizzera collabora strettamente con gli Stati europei nei campi della sicurezza (accordo di Schengen) e dell’asilo (accordo di Dublino). Una collaborazione questa, sancita dal popolo, che ha così acconsentito alla trasposizione delle modifiche delle normative europee nel diritto svizzero. Una trasposizione non automatica: il Consiglio federale e il Parlamento possono decidere. In caso di referendum pure le cittadine e i cittadini.

Il nostro Paese ha partecipato, democraticamente, ai lavori di modifica della direttiva comunitaria, bloccando così, insieme ad altri Stati, norme più estese che avrebbero potuto, scrive il nostro Governo, mettere a repentaglio l’antica e pacifica tradizione elvetica del tiro. Dunque è menzognero parlare e scrivere di imposizione europea.

Un diktat che ci disarma, affermano i contrari.

La realtà è ben diversa. Come sinora, i militi potranno portarsi a casa senza complicazioni il fucile d’assalto al termine del servizio. Come sinora, cacciatori e tiratori potranno esercitare l’attività venatoria e quella sportiva preferita. Sono in arrivo soltanto due novità riguardanti le armi. Non soltanto ragionevoli bensì anche indispensabili se si pensa a quanto accade ai nostri tempi e a quanto potrebbe accadere, anche da noi. La prima ha l’obbiettivo di contenere l’abuso e di meglio combattere il mercato nero. La seconda prende di mira, vietandole, le armi semiautomatiche, precisamente quelle dotate di un caricatore ad alta capacità di colpi, quelle acquistabili legalmente in un negozio che possono essere trasformate con facilità in un fucile a raffica. V’è da notare che tali armi non sono escluse dal tiro di natura sportiva. Il permesso d’acquisto sarà sostituito da un’autorizzazione eccezionale.

L’accoglienza della direttiva UE è inutile perché non impedirebbe né gli atti terroristici né la criminalità né i suicidi.

Ah, sì?! Si è già dimenticata la recente carneficina di Christchurch, dove un assassino imbevuto di odio ha commesso una strage, assassinando cinquanta persone con un solo fucile semiautomatico?

Si è già dimenticata quella di Zugo, che aveva raggelato il Paese nel 2001? Quando un cittadino svizzero, incensurato, imbracciando un fucile semiautomatico, aveva freddato 14 persone nel Parlamento cantonale?

Si è già dimenticato il fresco arresto di uno studente sospettato della pianificazione di un massacro alla Scuola di commercio di Bellinzona, qui tra noi? Oltre a un fucile semiautomatico disponeva di altre sedici armi da fuoco.

È inutile, si legge ancora in un volantino, perché comporta, tra l’altro, dispendio di tempo.

Il solito, raffermo, argomento dell’insopportabile carico burocratico. Una replica assai significativa è quella di Christoph Virchow, un appassionato cacciatore glaronese: «Chi non è in grado di riempire un formulario non ha bisogno di un fucile semiautomatico».

La trasposizione è pericolosa perché distoglie la polizia dal suo lavoro effettivo.

Beh, mi risulta il contrario. La modifica della direttiva dell’Unione europea sulle armi accolta nel nostro diritto permetterebbe a forze di polizia, magistrati, autorità di arrestare, inquisire, portare in tribunale i criminali grazie allo scambio di informazioni garantito dagli accordi di Schengen. Secondo le statistiche, tale sistema ha già permesso l’arresto di oltre quattro mila persone, 600 nel solo 2017. Migliorerebbe inoltre, e di molto, il lavoro transfrontaliero degli agenti, aumentando nel contempo la sicurezza del Paese. Ecco, la sicurezza.

Sarebbe indebolita, eccome, da un no. Non è tutto. Anche le altre conseguenze di un rifiuto sarebbero pesanti assai. Perché, con ogni probabilità, il diniego porterà all’uscita dagli accordi di Schengen e Dublino, così vantaggiosi per la Confederazione. Grazie al primo possiamo muoverci liberamente in Europa, senza intoppi e senza controlli alle frontiere. La Svizzera si troverebbe inoltre fuori dallo spazio europeo comune di segnalazioni, che si estende da Capo Nord alla Sicilia. Senza Schengen la polizia potrebbe ritrovarsi cieca e sorda. Senza Schengen sorgerebbero danni significativi per il turismo. I viaggiatori dovranno infatti procurarsi un visto supplementare per poter varcare i nostri confini. Senza Dublino poi ogni richiedente l’asilo allontanato da uno degli Stati firmatari potrebbe tentare la fortuna da noi. Uno svantaggio non di poco conto per il nostro sistema. La fine di questo sodalizio sarebbe una minaccia anche per gli accordi bilaterali con l’Unione europea, che contribuiscono in maniera decisiva alla prosperità del nostro Paese.

Gli avversari tendono a sminuire questa possibilità. A torto. Cito dall’opuscolo informativo del Consiglio federale. «Qualora la Svizzera non recepisca tali sviluppi nel suo diritto interno, gli accordi relativi a Schengen e Dublino cessano automaticamente di essere applicabili nel nostro Paese, a meno che il Comitato misto non decida altrimenti entro 90 giorni. In questo Comitato sono rappresentati la Svizzera, la Commissione europea e tutti gli Stati membri dell’UE. La decisione di proseguire la collaborazione dev’essere presa all’unanimità». Già, all’unanimità… È difficile assai crederci, con il vento che tira.

Un no è leggerezza, incoscienza, irresponsabilità.

Opinione di Marco Cameroni, già console generale

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 07.05.2019

Ancora di sicurezza e tradizioni svizzere

Ancora di sicurezza e tradizioni svizzere

Di Mario BrandaRicordo l’attentato nel 2015 al teatro Bataclan di Parigi condotto con fucili per il tiro a raffica e quello, con uguali mezzi, sui Champs-Elysées nel 2017. Tanti morti. Rammento un anno fa l’impressione suscitata in Ticino dal ragazzo sospettato di aver progettato un attentato alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona. E ricordo, di quella storia, l’immagine, pubblicata sui nostri media, tolta dal suo profilo Facebook, del giovane che imbracciava un kalashnikov accompagnata dalla notizia dell’arsenale trovato in casa sua. E la logica domanda: ma dove le aveva trovate tutte quelle armi? Rispondendo a un’interpellanza di Matteo Quadranti, il Consiglio di Stato spiegò che le aveva acquistate da armaioli svizzeri. Da magistrato prima e da sindaco poi, ma anche da semplice cittadino, ho sempre considerato la sicurezza un elemento basilare della qualità di vita di un Paese, anche del nostro. Quando manca, la sicurezza, è difficile pensare e discutere serenamente d’altro.

La sicurezza richiede attenzione e sensibilità a più livelli, in più ambiti: sociale, culturale ma anche istituzionale. È la ragione per cui vogliamo Corpi di polizia con agenti ben formati, in numero sufficiente e dotati delle risorse per svolgere nel migliore dei modi il loro difficile compito. Ma sicurezza, lo sappiamo, è anche prevenzione. Ed allora mi tornano incomprensibili le obiezioni alla prospettata modifica della legge federale sulle armi in votazione il prossimo 19 maggio. Modifiche che in tutta Europa ma anche da noi sono intese a fare in modo che l’accesso ad armi semiautomatiche – per intenderci fucili e pistole mitragliatrici(!) – sia reso più difficile e, in ogni caso, più sorvegliabile (dalla polizia!).

I referendisti sostengono che tali limitazioni siano contrarie a usi e consuetudini elvetiche. Teniamo tutti in alta considerazione la storia e le tradizioni del nostro Paese. Sono fiero che Bellinzona tra quattro anni possa ospitare la Festa federale di musica popolare: migliaia di gruppi musicali giungeranno da noi da ogni angolo del Paese e ci arricchiranno con i propri costumi e le proprie tradizioni musicali. Non riesco invece a capire – ed è la ragione per cui spero che i cittadini svizzeri votino “Sì” alla proposta di modifica legislativa il prossimo 19 maggio – cosa c’entrino con le nostre radicate tradizioni i Kalashnikov e tutte le armi da sparo con caricatori “ad alta capacità di colpi e di fuoco letale!”.

Opinione di Mario Branda, sindaco di Bellinzona

Articolo apparso su La Regione, 04.05.2019

Sulle armi una restrizione di buon senso

Sulle armi una restrizione di buon senso

Di Morena FerrariSi potrebbe pensare che le armi da fuoco non siano cose da donne. Infatti, ce ne sono poche che vanno a caccia e poche nei poligoni di tiro. Ma quando guardiamo gli spaventosi fucili da guerra esposti nelle vetrine dei negozi degli armaioli nelle città svizzere, allora non possiamo rimanere indifferenti. La nuova legge federale che dobbiamo approvare nella prossima votazione popolare prevede finalmente il divieto di comperare i fucili che possono sparare a raffica. Già oggi si possono comperare fucili che contengono 20 cartucce in un caricatore, però devono essere modificati in modo da non poter sparare a raffica.

Per quanto io non armeggi armi, mi è stato spiegato che è facilissimo togliere questo congegno e quindi usare questo fucile come un normalissimo fucile d’assalto. Con tutto quello che succede e sta succedendo nel mondo ma anche dalle nostre parti, come donna, come politico e soprattutto come cittadina, sento il dovere di porre un freno, o quanto meno un atto di prevenzione verso la crescente violenza. Preferisco proibire fucili piuttosto che sottoscrivere uno Stato poliziesco. Rabbrividisco ricordando le stragi commesse da individui solitari usando fucili a raffica. Vi ricordate la strage al Gran Consiglio di Zugo? Furono uccisi 14 politici con il fucile mitragliatore da un solo uomo. Vi ricordate anche la probabile strage sventata alla Scuola di commercio di Bellinzona lo scorso mese di maggio? Tutte le armi sequestrate in casa di un ragazzo appena maggiorenne erano state vendute liberamente (bella libertà!) in negozi di armaioli in Svizzera.

Nessuna donna svizzera si sentirà disarmata dalla nuova legge che impedisce ai criminali di rifornirsi di armi da guerra presso gli armaioli svizzeri. Non sono in pericolo le nostre tradizioni (che il tiro sia uno sport di massa in Svizzera al giorno d’oggi ho qualche dubbio), non la nostra identità, ma la protezione della vita e della nostra serenità. I segnali di pericolo ci sono tutti: gli USA insegnano. I cacciatori potranno ancora andare a caccia, i tiratori sportivi potranno ancora esercitare così come le gare di tiro non saranno messe al bando e i soldati possono tenersi a casa il loro fucile.

È una misura di buon senso che, non da ultimo, mantiene quegli accordi che ci permettono di svolgere al meglio le collaborazioni in materia di sicurezza, politica d’asilo, turismo ed economia. Perciò raccomando di votare sì e di far votare sì alla nuova legge federale in votazione il 19 maggio.

Opinione di Morena Ferrari Gamba, vicepresidente del PLR di Lugano e consigliera comunale a Lugano
Lettera pubblicata su Corriere del Ticino, 30 aprile 2019

MENO MITRAGLIATORI, MENO CRIMINALI

MENO MITRAGLIATORI, MENO CRIMINALI

Di Paolo Bernasconi – Un Kalashnikov in mano a un diciottenne, a Bellinzona. Venne arrestato, il maggio scorso, poiché accusato di mettere in pericolo i compagni della Scuola cantonale di commercio, utilizzando le sue armi da fuoco. Gliene vennero sequestrate 17, tutte comperate in negozi svizzeri. Persino un fucile del tipo AK-47 (come conferma il Consiglio di Stato il 27 giugno 2018). Si tratta della replica, ben funzionante, del Kalashnikov, una delle più temibili armi da guerra. Basta un cacciavite e spara anche a raffica. «In Svizzera le armi si comprano come le caramelle», dichiarò il pluriricercato Francesco Denaro, davanti alla Commissione parlamentare antimafia.

Nel marzo scorso la polizia di San Gallo sequestrò 280 pistole e fucili mitragliatori, munizioni, silenziatori e 1.300.000 franchi. Nel settembre 2015 vennero arrestate 25 persone della cosca Ferrazzo di Mesoraca, sequestrando fucili mitragliatori comperati in Svizzera: nelle loro intercettazioni parlavano chiaramente di come pistole e fucili provenissero dalla Svizzera. Nel luglio 2016 venne arrestato, in Francia, di rientro dalla Svizzera con tre pistole, il fornitore di armi di clan criminali marsigliesi. Poi, nel giugno scorso, venne arrestato un funzionario di polizia del Canton Svitto, accusato di commercio via darknet, al quale venne sequestrato un vero arsenale.

Una lista che potrebbe continuare ancora a lungo, nel passato e nel futuro. Ma per fermare questi abusi criminali il Parlamento svizzero prevede ora il divieto di commercio di armi semiautomatiche. Infatti si possono troppo facilmente modificare in armi per il tiro a raffica. Vietate anche quelle accorciabili, perché facili da nascondere sotto la giacca. Tutta roba prediletta anche da chi vuole usarle per minacce, sparatorie e altri scopi criminali.

Il Consiglio federale, i responsabili di giustizia e polizia federale e cantonale, tutti approvano la nuova legge federale sulle armi. Restrizione della libertà, ma soltanto quella dei criminali. Inoltre, sarà vietato sparare con armi a raffica. Ovviamente, la nuova legge esclude esplicitamente qualsiasi divieto a carico del tiro sportivo e della caccia (articolo 5 cpv. 4 e 5). I militari potranno tenersi ancora in casa l’arma di ordinanza (art. 5 cpv.1 let. b). Votiamo sì per la nuova legge federale: meno mitragliatori, meno criminali, meno vittime, meno pericoli per poliziotti e doganieri.

Paolo Bernasconi, già procuratore pubblico

Lettera pubblicata sul CdT venerdì 26 aprile 2019