Legge sulle armi al passo con i tempi

Legge sulle armi al passo con i tempi

Di Fabio Abate – Il dibattito sulla revisione della Legge sulle armi ha visto nelle ultime settimane i fronti contrapposti snocciolare tutte le argomentazioni possibili e immaginabili. Con questo breve intervento non intendo riproporre quanto già detto e scritto. Mi limito a ricordare di aver sostenuto la revisione in Parlamento con le stesse argomentazioni che in particolare i colleghi di Deputazione alle Camere federali favorevoli alla revisione hanno proposto in modo esaustivo. Non le ripeto. Mi interessa invece riprendere un’affermazione che ha completato l’apparato di difesa dei contrari, ossia la convinzione di votare una legge che indebolisce, o addirittura compromette in questo ambito particolare, il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. In effetti, soprattutto durante il secondo dopoguerra e contestualmente alla crescita demografica, il dovere di conservare un’arma da guerra sull’arco di una lunga stagione di obblighi militari ha permesso la diffusione di una vera e propria convivenza con questa arma, normalizzandone il rapporto. Ciò è avvenuto anche e soprattutto negli agglomerati urbani, lontani dai tradizionali luoghi di dimora dei cacciatori e dei tiratori.

Anche la mia generazione, obbligata a riservare alle armi uno spazio in cantina o in qualche armadio, ha interpretato questo rapporto come un diritto, anche con orgoglio. Le istituzioni del Nostro Paese hanno sempre promosso l’idea di un cittadino armato che non deve suscitare sentimenti di preoccupazione, poiché noi svizzeri godiamo di un rapporto di fiducia che lo Stato ha attestato senza indugio tramite il possesso autorizzato di armi di vario genere, non da ultimo quelle non accessibili a chicchessia e che hanno imposto un’istruzione all’uso.

Questa fiducia è sempre stata ricambiata con un comportamento irreprensibile di quasi tutta la cittadinanza, capace di dimostrare il rispetto delle regole di convivenza, nonché delle istituzioni. Nulla a che vedere con il modello americano di società, in cui i cittadini si armano, sostituendosi allo Stato per tutelarsi. Questo principio trova il suo fondamento nel secondo emendamento del Bill of rights, ossia la Carta dei diritti che dal 1791 segue la Costituzione. In Svizzera non esiste un diritto fondamentale garantito dalla Nostra Costituzione al possesso delle armi. Anzi, la Costituzione federale all’articolo 107 sancisce la competenza della Confederazione ad emanare prescrizioni contro l’abuso delle armi, accessori di armi e munizioni.

Fatte queste precisazioni, a pochi giorni dal voto, capisco l’indignazione del collezionista, dell’appassionato, ossia di coloro che esercitano ancora oggi questi diritti che derivano da un rapporto radicato di fiducia, mai tradito con un comportamento inadeguato, anche solo negligente nel rispetto delle prescrizioni di sicurezza. Ma la società del Nostro Paese non è più quella del cittadino soldato; l’inizio del processo di trasformazione risale forse all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. La popolazione è aumentata e soprattutto spicca nella sua eterogeneità, confrontando il “vecchio” cittadino soldato ad altri modelli, assolutamente estranei al possesso di un’arma. Ricordo durante la sessione extra muros a Flims nel 2006 un acceso dibattito nel mio gruppo parlamentare sulla revisione della legge sulle armi voluta dal Consiglio federale per uniformare l’applicazione delle norme, in modo tale da armonizzare la prassi in vigore nei singoli cantoni. La discussione riguardava il diritto di portare a casa armi militari e munizioni. Le voci contrarie giunsero da figure femminili. Fu interessante constatare la sorpresa e soprattutto percepire malcelati sentimenti di fastidio di coloro che insistevano con la difesa di valori e diritti appartenenti ad un modello di società, in cui l’accettazione e la tolleranza da parte delle donne dei rapporti tra cittadini svizzeri e armi erano assodate. Di certo queste voci dissidenti si sono moltiplicate e rispecchiano altre aspettative per quanto concerne i rapporti di fiducia tra cittadinanza e Stato. Questa revisione di legge limita l’accesso a determinate armi. Non è un atto di tradimento verso persone oneste e capaci di coltivare il proprio hobby in modo affidabile. Tiene in considerazione interessi superiori e preponderanti che riguardano tutta la cittadinanza.

Pubblicato su La Regione, 11 maggio 2019

Dieci sì a raffica contro le armi semiautomatiche

Dieci sì a raffica contro le armi semiautomatiche

Di Matteo Quadranti – 1. Vogliamo fare qualcosa per rendere meno facile il possesso e l’uso di certe armi con particolare potenza di tiro? Sì, perché è cosa eticamente giusta.

2. È utile che esercito e polizia dispongano di armi anche semiautomatiche? Sì, per la sicurezza di tutti.

3. È giusto e conveniente che le nostre forze di sicurezza possano disporre di un sistema integrato di scambio di informazioni a livello continentale (Accordo di Schengen)? Sì, lo è nell’interesse di tutti i cittadini svizzeri, e anche di quelli europei (ci mancherebbe). Nemmeno i contrari alla modifica di legge arrivano a chiedere che detto accordo venga disdetto consapevoli che sarebbe un passo indietro e che pagheremmo tutti noi svizzeri in cambio della passione o del lusso di taluni che oggi come oggi pare non possano accettare di assolvere qualche formalità burocratica in più di quelle vigenti pur di avere le indispensabili semiautomatiche che sparano più di 10 colpi (fucili) e 20 (pistole). Ora, non mi consta che i cacciatori siano autorizzati a sparare a raffica ai camosci. Negli stand di tiro, premesso che non saranno vietate tali armi, c’è da chiedersi se i programmi di gara non potrebbero comunque essere adeguati ad armi ammesse.

4. Cacciatori, come i possessori di armi devono disporre di autorizzazione oggi? Sì. E non mi risulta che i funzionari cantonali addetti a tali pratiche agiscano arbitrariamente come ho sentito dire da sostenitori del no. I funzionari saranno gli stessi di oggi anche se dovranno fare qualche accertamento in più ma non si vede perché improvvisamente dovrebbero iniziare ad operare in modo arbitrario. Ma come, la fiducia la si deve dare ai cittadini tiratori e cacciatori ma non ai funzionari (peraltro cittadini pure loro)?

5. È utile che, limitatamente ad un uso controllato, anche tiratori e cacciatori possano usare armi ed organizzare ad esempio feste federali di tiro? Sì, per le passioni e le tradizioni di quest’ultimi che non valgono per tutti. La riforma della legge sulle armi non impedisce queste attività perché è un compromesso politico.

6. Ma gli altri? Perché non si potrebbero o dovrebbero porre alcune restrizioni, autorizzazioni e controlli? Sì, è corretto porle perché meno armi girano e minori sono i rischi per potenziali vittime innocenti. Abbiamo leggi contro le infrazioni stradali perché alcuni conducenti possono alla guida di un’auto diventare pericolosi, leggi per chi detiene razze di cani potenzialmente pericolosi, leggi che proibiscono e sanzionano coloro che mettono in pericolo la vita altrui trafficando e spacciando droga. L’intero codice penale sanziona comportamenti astratti o concreti e anche chi svolge attività senza autorizzazioni o viola precetti professionali. Nessuna di queste norme impedisce di commettere reati, rifornirsi su mercati neri. Eppure, siamo tutti d’accordo che servono per proteggere dei beni superiori e sanzionare chi le viola. I contrari all’inasprimento della legge sulle armi ritengono che deve valere il principio di libertà e di fiducia verso il cittadino perché nella maggioranza dei casi lo siamo tutti buoni e onesti. Se quindi deve prevalere libertà e fiducia allora cancelliamo tutte le leggi sopra indicate?

7. Voi vi sentite più liberi e svizzeri perché potete muovervi senza ostacoli in tutta Europa senza visti e controlli alle dogane? Direi di sì. Oppure il vostro grado di libertà e svizzeritudine lo misurate in base alla possibilità di avere un’arma semiautomatica e di impedire che le singole parti di un’arma siano registrate e codificate per la lotta al mercato nero? Lascerei certe idee agli statunitensi che di stragi con armi a raffica ne sanno qualcosa. Io preferisco sentirmi più svizzero in altri contesti.

8. La legge in votazione non è un diktat dell’UE, come serpeggia ormai tra chi vede l’UE come il fumo negli occhi qualunque cosa esca da lì. Essa è invece, sì, un esempio di soluzione tipicamente svizzera di compromesso dove il Governo ha saputo salvaguardare le peculiarità svizzere dell’arma di servizio e dei tiratori sportivi.

9. L’opuscolo informativo del Consiglio federale è veritiero? Sì, i contrari non lo hanno impugnato al Tribunale federale come era in loro facoltà. Pertanto, sostenere in campagna referendaria che il nostro Governo non la racconti giusta è una mancanza di rispetto verso le istituzioni … svizzere!

10. La legittima difesa personale in caso di aggressione ci autorizza a sparare a raffica al nostro aggressore? Oppure costituirebbe un eccesso di legittima di difesa punibile col carcere? Sì, sarebbe un chiaro caso di eccesso di legittima difesa.

Il mio è un invito convinto a votare sì il 19 maggio.

* deputato del PLR in Gran Consiglio

Pubblicato sul Corriere del Ticino venerdì 10 maggio 2019

Un giusto divieto per le armi pericolose

Un giusto divieto per le armi pericolose

Di John Noseda – La modifica fondamentale della legge sulle armi che sarà importantissimo approvare il prossimo 19 maggio, consiste nel divieto delle armi da fuoco per il tiro a raffica, comprese quelle modificate e quelle dotate di caricatori ad alta capacità di colpi.

Si tratta di armi estremamente pericolose, spesso utilizzate a scopi criminali, come ha purtroppo dimostrato la nostra esperienza giudiziaria degli scorsi anni. In mancanza di un divieto esplicito, numerosi delinquenti hanno potuto acquistare armi formalmente legali ma facilmente modificabili, utilizzandole per commettere atti violenti. Sono numerose le segnalazioni e le rogatorie ricevute dall’estero negli scorsi anni relative a reati gravi commessi con armi di questo genere acquistate legalmente in Svizzera. È inoltre preoccupante che il giovane studente arrestato lo scorso anno a Bellinzona per il sospetto di pianificare una strage fosse in possesso della replica di un AK-47 semiautomatico acquistabile tramite normale permesso e senza particolari limitazioni. Si tratta quindi di una lacuna legislativa evidente, che il semplice buon senso impone di colmare. Anzi, proprio la tutela della tradizione svizzera in materia di caccia e di tiro sportivo esige la prevenzione di un uso scorretto (criminale, ma anche solo scriteriato) delle armi più pericolose, impedendo che le nostre leggi vengano aggirate. Le preoccupazioni di chi vuole difendere l’indipendenza e l’autonomia decisionale del nostro Paese dalle ingerenze internazionali, si difendono soltanto anticipando le situazioni problematiche (e non subendo le possibili conseguenze dei nostri ritardi) e quindi correggendo le lacune della nostra legislazione in modo tempestivo.

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 8 maggio 2019

Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Nuove norme sulle armi Più sicurezza e vantaggi

Di Marco Cameroni Ci risiamo. A proposte elaborate nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini, ad argomenti convincenti, solidi c’è chi risponde con slogan, demagogia, coperta con un velo patriottico risibile, almeno per chi si dà la pena di chinarsi con attenzione sulla revisione parziale della legge sulle armi. Qualche esempio.

Fermiamo il diktat dell’Unione europea.

Ma quale diktat? Da una decina d’anni la Svizzera collabora strettamente con gli Stati europei nei campi della sicurezza (accordo di Schengen) e dell’asilo (accordo di Dublino). Una collaborazione questa, sancita dal popolo, che ha così acconsentito alla trasposizione delle modifiche delle normative europee nel diritto svizzero. Una trasposizione non automatica: il Consiglio federale e il Parlamento possono decidere. In caso di referendum pure le cittadine e i cittadini.

Il nostro Paese ha partecipato, democraticamente, ai lavori di modifica della direttiva comunitaria, bloccando così, insieme ad altri Stati, norme più estese che avrebbero potuto, scrive il nostro Governo, mettere a repentaglio l’antica e pacifica tradizione elvetica del tiro. Dunque è menzognero parlare e scrivere di imposizione europea.

Un diktat che ci disarma, affermano i contrari.

La realtà è ben diversa. Come sinora, i militi potranno portarsi a casa senza complicazioni il fucile d’assalto al termine del servizio. Come sinora, cacciatori e tiratori potranno esercitare l’attività venatoria e quella sportiva preferita. Sono in arrivo soltanto due novità riguardanti le armi. Non soltanto ragionevoli bensì anche indispensabili se si pensa a quanto accade ai nostri tempi e a quanto potrebbe accadere, anche da noi. La prima ha l’obbiettivo di contenere l’abuso e di meglio combattere il mercato nero. La seconda prende di mira, vietandole, le armi semiautomatiche, precisamente quelle dotate di un caricatore ad alta capacità di colpi, quelle acquistabili legalmente in un negozio che possono essere trasformate con facilità in un fucile a raffica. V’è da notare che tali armi non sono escluse dal tiro di natura sportiva. Il permesso d’acquisto sarà sostituito da un’autorizzazione eccezionale.

L’accoglienza della direttiva UE è inutile perché non impedirebbe né gli atti terroristici né la criminalità né i suicidi.

Ah, sì?! Si è già dimenticata la recente carneficina di Christchurch, dove un assassino imbevuto di odio ha commesso una strage, assassinando cinquanta persone con un solo fucile semiautomatico?

Si è già dimenticata quella di Zugo, che aveva raggelato il Paese nel 2001? Quando un cittadino svizzero, incensurato, imbracciando un fucile semiautomatico, aveva freddato 14 persone nel Parlamento cantonale?

Si è già dimenticato il fresco arresto di uno studente sospettato della pianificazione di un massacro alla Scuola di commercio di Bellinzona, qui tra noi? Oltre a un fucile semiautomatico disponeva di altre sedici armi da fuoco.

È inutile, si legge ancora in un volantino, perché comporta, tra l’altro, dispendio di tempo.

Il solito, raffermo, argomento dell’insopportabile carico burocratico. Una replica assai significativa è quella di Christoph Virchow, un appassionato cacciatore glaronese: «Chi non è in grado di riempire un formulario non ha bisogno di un fucile semiautomatico».

La trasposizione è pericolosa perché distoglie la polizia dal suo lavoro effettivo.

Beh, mi risulta il contrario. La modifica della direttiva dell’Unione europea sulle armi accolta nel nostro diritto permetterebbe a forze di polizia, magistrati, autorità di arrestare, inquisire, portare in tribunale i criminali grazie allo scambio di informazioni garantito dagli accordi di Schengen. Secondo le statistiche, tale sistema ha già permesso l’arresto di oltre quattro mila persone, 600 nel solo 2017. Migliorerebbe inoltre, e di molto, il lavoro transfrontaliero degli agenti, aumentando nel contempo la sicurezza del Paese. Ecco, la sicurezza.

Sarebbe indebolita, eccome, da un no. Non è tutto. Anche le altre conseguenze di un rifiuto sarebbero pesanti assai. Perché, con ogni probabilità, il diniego porterà all’uscita dagli accordi di Schengen e Dublino, così vantaggiosi per la Confederazione. Grazie al primo possiamo muoverci liberamente in Europa, senza intoppi e senza controlli alle frontiere. La Svizzera si troverebbe inoltre fuori dallo spazio europeo comune di segnalazioni, che si estende da Capo Nord alla Sicilia. Senza Schengen la polizia potrebbe ritrovarsi cieca e sorda. Senza Schengen sorgerebbero danni significativi per il turismo. I viaggiatori dovranno infatti procurarsi un visto supplementare per poter varcare i nostri confini. Senza Dublino poi ogni richiedente l’asilo allontanato da uno degli Stati firmatari potrebbe tentare la fortuna da noi. Uno svantaggio non di poco conto per il nostro sistema. La fine di questo sodalizio sarebbe una minaccia anche per gli accordi bilaterali con l’Unione europea, che contribuiscono in maniera decisiva alla prosperità del nostro Paese.

Gli avversari tendono a sminuire questa possibilità. A torto. Cito dall’opuscolo informativo del Consiglio federale. «Qualora la Svizzera non recepisca tali sviluppi nel suo diritto interno, gli accordi relativi a Schengen e Dublino cessano automaticamente di essere applicabili nel nostro Paese, a meno che il Comitato misto non decida altrimenti entro 90 giorni. In questo Comitato sono rappresentati la Svizzera, la Commissione europea e tutti gli Stati membri dell’UE. La decisione di proseguire la collaborazione dev’essere presa all’unanimità». Già, all’unanimità… È difficile assai crederci, con il vento che tira.

Un no è leggerezza, incoscienza, irresponsabilità.

Opinione di Marco Cameroni, già console generale

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 07.05.2019

Il voto sulle armi e l’Unione europea

Il voto sulle armi e l’Unione europea

Di Manuele Bertoli –  La modesta restrizione inerente all’uso delle armi su cui voteremo il 19 maggio è un piccolo passo verso qualcosa che dovremmo tutti vedere con favore, ovvero il maggior controllo su questi strumenti pericolosi. Se c’è qualcuno che ama usare le armi al poligono di tiro, rispettivamente collezionarle, ben per lui, ma queste sono attività che non vengono in nessun modo ostacolate dalla riforma in votazione e che devono essere, giustamente, ben controllate, perché una società con meno armi in circolazione è una società più sicura.

Potremmo finire qui, nel segno del «tanto rumore per nulla». La campagna ha però tirato in ballo anche l’Unione europea, sbandierata dai contrari alla riforma come il grande nemico che ci impone questo e quello per cercare di trasformare questo voto in qualcosa di più grande. In realtà va ricordato che sono stati gli svizzeri ad aver democraticamente deciso di aderire al trattato Schengen/Dublino, adesione che non era obbligatoria, che non è stata imposta da nessuno, ma era semplicemente nell’interesse della Svizzera e dei suoi cittadini. Non c’è stato nessun diktat allora, quando si trattò di aderire al trattato, come non c’è questa volta. Ogni contratto può essere sottoscritto o meno, mantenuto o disdetto, bisogna solo sapere cosa si guadagna e cosa si perde.

E in questo caso, qualora si decidesse per il no, a fronte di una cosa già di per sé negativa, come il mantenimento di una maggior libertà per la circolazione delle armi, ne avremmo una anche peggiore, ovvero l’uscita da Schengen/Dublino. Perché questa sarebbe la conseguenza pratica di una vittoria dei referendisti: meno sicurezza per tutti, la quasi impossibilità di collaborare internazionalmente grazie alla banca dati centrale che collega tutti i Paesi aderenti, e il mantenimento di un regime troppo libero per le armi che non è nell’interesse di nessuno.

Tutti motivi per dire sì il prossimo 19 maggio: per un Paese che vuole controllare le armi al suo interno e vuole continuare a collaborare efficacemente con quelli vicini in ambito di sicurezza contro il crimine.

Opinione di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato

Pubblicato su Corriere del Ticino, 06.05.2019

Ma quale «diktat» dell’UE?

Ma quale «diktat» dell’UE?

Di Carlo Lepori – La modifica della legge sulle armi, che riprende la direttiva dei Paesi firmatari degli accordi di Schengen/ Dublino, ha suscitato reazioni a dir poco esagerate: le restrizioni all’acquisto di armi semiautomatiche sono modeste e poco limitative. Pensiamo alla Nuova Zelanda che dopo gli assassinii di Christchurch ha messo subito fuori legge tutte le armi semiautomatiche. O invece all’obbligo per chi si dichiara tiratore di provarlo dopo cinque anni! Anche oggi il permesso di acquisto di armi semiautomatiche è concesso solo a chi dichiara di usarle per il tiro, la caccia e la collezione. Autodichiarazione che non viene controllata (si veda la mia interrogazione «La legge delle armi»). In realtà soldati, tiratori, cacciatori e collezionisti dovrebbero essere contenti che il loro interesse per le armi (anche semiautomatiche) sia preso sul serio e rispettato, distinguendoli da quelli che vorrebbero possedere armi pericolose senza saperle usare. Stupiscono quindi le reazioni degli ufficiali del nostro esercito e della Comunità di interessi del tiro svizzero (promotrice del referendum e presieduta da Luca Filippini, segretario generale del Dipartimento delle istituzioni!) perché la tradizione elvetica del tiro e del milite armato non viene messa in discussione in alcun modo. Evidente invece la necessità di tirare in ballo l’Unione europea e il suo «diktat»: il riferimento all’UE che «ci detta legge» è utile per far scattare un’opposizione automatica. Purtroppo, per i referendisti, anche questa storia del «diktat» è campata per aria. La Svizzera è un Paese membro a tutti gli effetti degli accordi di Schengen/Dublino. Ha partecipato alla pari degli altri Paesi alle discussioni sulla prevenzione della diffusione delle armi pericolose. Ha evitato, con altri Paesi, una messa al bando totale, ottenendo una direttiva poco incisiva. Non solo, potendo partecipare alle discussioni (cosa che non può fare di solito con l’UE), ha ottenuto un mucchio di eccezioni per permettere l’accesso di soldati, tiratori, cacciatori e collezionisti alle armi semiautomatiche. E ricordiamo che il fucile d’assalto è in realtà un’arma automatica, che può sparare a raffica.

Non un «diktat» quindi, ma un accordo tra pari, dove ognuno ha cercato di ottenere il massimo dal suo punto di vista. E anche il rischio di far saltare tutto l’accordo di Schengen/Dublino, se la Svizzera dovesse votare no, non è una minaccia, né un ricatto. È noto che la Svizzera approfitta dell’accordo di Dublino per una politica molto problematica dei rifugiati, ricacciandone gran parte nel primo Paese dell’accordo di Dublino dove sono arrivati. E nessuno mette in dubbio l’utilità delle collaborazioni con i Paesi di Schengen per le polizie svizzere. Ma gli accordi prevedono l’uscita automatica per chi non rispetta le direttive concordate. E non è vero quello che raccontano i contrari, che l’UE sarà condiscendente con noi, come hanno già sperato ai tempi dell’«immigrazione di massa». La Cechia per esempio ha inoltrato un ricorso alla Corte europea, considerando discriminatorie le eccezioni concesse alla Svizzera. L’avvocata generale, che ha preparato la sentenza, ha respinto le critiche della Cechia e la Corte di solito segue le preposte degli avvocati generali. Questo per far capire che un’apertura dell’UE verso una Svizzera riottosa è impossibile: per evitare l’espulsione sarebbe necessaria l’unanimità e almeno la Cechia non sembra molto disponibile. Sì, alla moderata riforma della legge sulle armi e alla ripresa, con tante eccezioni, della direttiva sulle armi di Schengen/Dublino.

*deputato del PS in Gran Consiglio, membro di comitato NUMES Ticino

Apparso sul Corriere del Ticino, 07.05.2019

Ancora di sicurezza e tradizioni svizzere

Ancora di sicurezza e tradizioni svizzere

Di Mario BrandaRicordo l’attentato nel 2015 al teatro Bataclan di Parigi condotto con fucili per il tiro a raffica e quello, con uguali mezzi, sui Champs-Elysées nel 2017. Tanti morti. Rammento un anno fa l’impressione suscitata in Ticino dal ragazzo sospettato di aver progettato un attentato alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona. E ricordo, di quella storia, l’immagine, pubblicata sui nostri media, tolta dal suo profilo Facebook, del giovane che imbracciava un kalashnikov accompagnata dalla notizia dell’arsenale trovato in casa sua. E la logica domanda: ma dove le aveva trovate tutte quelle armi? Rispondendo a un’interpellanza di Matteo Quadranti, il Consiglio di Stato spiegò che le aveva acquistate da armaioli svizzeri. Da magistrato prima e da sindaco poi, ma anche da semplice cittadino, ho sempre considerato la sicurezza un elemento basilare della qualità di vita di un Paese, anche del nostro. Quando manca, la sicurezza, è difficile pensare e discutere serenamente d’altro.

La sicurezza richiede attenzione e sensibilità a più livelli, in più ambiti: sociale, culturale ma anche istituzionale. È la ragione per cui vogliamo Corpi di polizia con agenti ben formati, in numero sufficiente e dotati delle risorse per svolgere nel migliore dei modi il loro difficile compito. Ma sicurezza, lo sappiamo, è anche prevenzione. Ed allora mi tornano incomprensibili le obiezioni alla prospettata modifica della legge federale sulle armi in votazione il prossimo 19 maggio. Modifiche che in tutta Europa ma anche da noi sono intese a fare in modo che l’accesso ad armi semiautomatiche – per intenderci fucili e pistole mitragliatrici(!) – sia reso più difficile e, in ogni caso, più sorvegliabile (dalla polizia!).

I referendisti sostengono che tali limitazioni siano contrarie a usi e consuetudini elvetiche. Teniamo tutti in alta considerazione la storia e le tradizioni del nostro Paese. Sono fiero che Bellinzona tra quattro anni possa ospitare la Festa federale di musica popolare: migliaia di gruppi musicali giungeranno da noi da ogni angolo del Paese e ci arricchiranno con i propri costumi e le proprie tradizioni musicali. Non riesco invece a capire – ed è la ragione per cui spero che i cittadini svizzeri votino “Sì” alla proposta di modifica legislativa il prossimo 19 maggio – cosa c’entrino con le nostre radicate tradizioni i Kalashnikov e tutte le armi da sparo con caricatori “ad alta capacità di colpi e di fuoco letale!”.

Opinione di Mario Branda, sindaco di Bellinzona

Articolo apparso su La Regione, 04.05.2019