Mi immagino già gli strateghi della campagna per l’iniziativa sulla neutralità mentre preparano una nuova offensiva mediatica a colpi di milioni di franchi. Dopo essersi presentati come difensori della “sostenibilità” in occasione dell’iniziativa bocciata lo scorso giugno, questa volta scelgono di vestire i panni dei “portavoce della pace”: no alla guerra, sì all’iniziativa per la neutralità. Peccato che, dietro uno slogan semplice e condivisibile, si nasconda una modifica sostanziale della politica estera svizzera. L’iniziativa prevede infatti che la Svizzera non adotti sanzioni nei confronti di Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, un organo nel quale siedono in modo permanente con diritto di veto Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti, ossia alcune delle principali potenze coinvolte direttamente o indirettamente nei conflitti internazionali più rilevanti degli ultimi anni. In pratica, verrebbe fortemente ridotta la possibilità della Svizzera di adottare misure contro Stati che violano il diritto internazionale.
A questo punto sorge pure una domanda: se la neutralità viene interpretata come non-interferenza nei conflitti altrui, perché dovremmo rinunciare alle sanzioni, ma non all’esportazione di materiale bellico? La domanda è particolarmente attuale alla luce delle recenti modifiche sulla normativa federale sul materiale bellico. In precedenza, la legge stabiliva che non poteva essere rilasciata alcuna autorizzazione per esportazioni verso Paesi coinvolti in un conflitto armato. Tuttavia, il 19 dicembre 2025 il Parlamento ha approvato una revisione che concede agli Stati partner elencati in un allegato dell’Ordinanza sul materiale bellico, ampliato il primo luglio 2026, di continuare a ricevere materiale bellico svizzero anche se coinvolti in un conflitto armato, a condizione che tale materiale non venga impiegato nel conflitto stesso e che siano rispettati i diritti umani e altri obblighi internazionali della Svizzera. E non sorprende che nel 2025 le esportazioni svizzere di materiale bellico abbiano raggiunto 948,2 milioni di franchi verso 64 Paesi, con un aumento di quasi il 43% rispetto all’anno precedente.
L’iniziativa sulla neutralità viene presentata come uno strumento per promuovere la pace, ma se l’obiettivo dell’iniziativa è davvero quello di dire no alla guerra, vale la pena chiedersi se limitare le sanzioni sia la priorità, mentre continuiamo ad allentare le restrizioni sull’esportazione di materiale bellico, rischiando così di subordinare la politica estera agli interessi dell’industria. La realtà è che l’effetto più concreto dell’iniziativa sarebbe quello di privare la Svizzera di uno degli strumenti di pressione politica di cui dispone. Verrebbe ridotto il margine d’azione del Consiglio federale e, con esso, la capacità della Svizzera di contribuire attivamente alla prevenzione dei conflitti e alla promozione dei diritti umani.
di Gloria Bernasconi Ghelmini,
comitato Pvl Ticino