La pace richiede più di una colomba

La pace richiede più di una colomba

Una colomba bianca spicca sui manifesti a favore dell’iniziativa sulla neutralità. Il simbolo è ben scelto. O meglio, abilmente stravolto. Perché la pace non si riduce all’assenza di guerra, così come la neutralità non consiste nel distogliere lo sguardo quando il diritto internazionale umanitario viene calpestato.

Per Amnesty International, l’iniziativa pone un problema fondamentale. Se approvata, essa limiterebbe la capacità della Svizzera di reagire, con mezzi non militari, ai crimini di guerra e alle gravi violazioni dei diritti umani. Le sanzioni economiche o diplomatiche risulterebbero più difficili da adottare, mentre le esportazioni di armi verso Stati coinvolti in conflitti potrebbero rimanere possibili in determinate circostanze, alla luce dell’allentamento della legge sul materiale bellico approvato dal Parlamento alla fine del 2025. Il paradosso è lampante: questo allentamento è stato sostenuto da alcune delle forze politiche che oggi si presentano come paladine della pace.

Le sanzioni non sono una soluzione perfetta. Sono però uno degli strumenti pacifici a disposizione della comunità internazionale per rispondere a gravi violazioni del diritto internazionale e combattere l’impunità. Esse diventano particolarmente importanti quando il Consiglio di sicurezza dell’ONU è paralizzato, per esempio quando uno dei suoi membri permanenti è parte in causa nel conflitto.

L’iniziativa solleva inoltre una questione di coerenza per la Svizzera. In qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, il nostro Paese ha una responsabilità specifica nella difesa del diritto internazionale umanitario. La Svizzera è anche un importante centro finanziario, oltre a svolgere un ruolo centrale nel commercio mondiale delle materie prime. Rinunciando a riprendere determinate sanzioni internazionali, la Svizzera potrebbe rendere più facile eluderle e offrire rifugio a persone o imprese che ne sono oggetto.

La neutralità non obbliga la Svizzera a rimanere passiva. Essa deve essere conciliata con gli altri impegni internazionali del Paese, in particolare quelli derivanti dalle Convenzioni di Ginevra e dallo Statuto di Roma che istituisce la Corte penale internazionale. Difendere questi impegni non significa schierarsi, equivale a difendere regole che la Svizzera stessa ha contribuito a costruire.

Questa responsabilità è ancor più grande ora, mentre assistiamo all’avanzata delle tendenze autoritarie e vediamo i meccanismi multilaterali essere messi apertamente in discussione. In un contesto del genere, il ripiegamento su sé stessi non protegge né il diritto internazionale né le popolazioni civili.

La neutralità non può diventare un pretesto per l’inazione. Di fronte ai crimini di guerra e alle gravi violazioni dei diritti umani, la Svizzera deve mantenere la propria capacità di agire. Difendere il diritto internazionale fa parte del DNA del nostro Paese. E la pace si costruisce innanzitutto attraverso il diritto, la diplomazia e la solidarietà internazionale. Una colomba in trompe-l’œil su un manifesto non basterà.