Il 27 settembre voteremo sull’iniziativa che vuole iscrivere nella Costituzione una neutralità «integrale»: nessuna sanzione contro uno Stato terzo, salvo quelle decise dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Formulata così, sembra prudenza. Per capire dove porterebbe, basta riavvolgere il nastro di quindici anni.
2011. Il regime di Assad spara sulla folla, assedia le città, tortura nelle carceri. Quella che diventerà una guerra da centinaia di migliaia di morti è ancora, in quei mesi, la repressione di uno Stato contro i propri cittadini. La comunità internazionale vorrebbe reagire, ma al Consiglio di Sicurezza ogni risoluzione muore sotto il veto russo. L’Europa vara allora un embargo su armi e petrolio, e la Svizzera lo riprende.
Nessuno, allora, le rimprovera di aver tradito la neutralità: non si sta scegliendo fra due eserciti, si sta rifiutando di rifornire una repressione. Con l’iniziativa in vigore, quella decisione ci sarebbe stata vietata. Non da una nostra valutazione: dal veto di Mosca.
2020. In Bielorussia le elezioni vengono falsificate, le piazze riempite di polizia, le prigioni di oppositori. L’anno dopo il regime arriva a dirottare un aereo di linea per arrestare un giornalista a bordo. L’Europa risponde con sanzioni mirate contro il regime, e la Svizzera, ancora una volta, le riprende.
Qui non c’è nemmeno una guerra: nessun conflitto, nessun belligerante, il diritto della neutralità non c’entra nulla. Eppure l’iniziativa ci avrebbe imposto l’immobilità, perché nessuna sanzione contro Minsk avrebbe mai superato lo scoglio del veto.
L’iniziativa non restituisce alla Svizzera la sua sovranità, la consegna a chiunque disponga di un diritto di veto. Ma la domanda decisiva non è a chi deleghiamo la decisione. È accanto a chi ci ritroveremmo.
In entrambi i casi, accanto al regime isolato ci sarebbe stato un secondo Paese fuori dal coro: il nostro. Non per aver giudicato diversamente, ma per esserci vietati di giudicare. Nessuno, in Svizzera, vuole passare per compagno di strada di Assad o di Lukashenko. Eppure è l’immagine che quell’articolo ci cucirebbe addosso, caso dopo caso.
La Svizzera non può essere un Paese che si limita a non partecipare. È il Paese della Croce Rossa, della Ginevra umanitaria, dei buoni uffici: tutte cose nate da una scelta, non da un’astensione. La nostra tradizione non è il silenzio, è la solidarietà.
E la solidarietà, per esistere, ha bisogno che ci sia ancora permesso di dire da che parte sta il torto. La neutralità è nata per non schierarsi fra due eserciti in campo, non per non distinguere fra chi bombarda i propri cittadini e i cittadini bombardati.
Uno Stato che si obbliga a tacere non diventa neutrale: diventa assente. E più piccolo.
Emanuele Stauffer
Avvocato