Damasco e Minsk a dettare la nostra politica estera?

Damasco e Minsk a dettare la nostra politica estera?

Il 27 settembre voteremo sull’iniziativa che vuole iscrivere nella Costituzione una neutralità «integrale»: nessuna sanzione contro uno Stato terzo, salvo quelle decise dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Formulata così, sembra prudenza. Per capire dove porterebbe, basta riavvolgere il nastro di quindici anni.

2011. Il regime di Assad spara sulla folla, assedia le città, tortura nelle carceri. Quella che diventerà una guerra da centinaia di migliaia di morti è ancora, in quei mesi, la repressione di uno Stato contro i propri cittadini. La comunità internazionale vorrebbe reagire, ma al Consiglio di Sicurezza ogni risoluzione muore sotto il veto russo. L’Europa vara allora un embargo su armi e petrolio, e la Svizzera lo riprende.

Nessuno, allora, le rimprovera di aver tradito la neutralità: non si sta scegliendo fra due eserciti, si sta rifiutando di rifornire una repressione. Con l’iniziativa in vigore, quella decisione ci sarebbe stata vietata. Non da una nostra valutazione: dal veto di Mosca.

2020. In Bielorussia le elezioni vengono falsificate, le piazze riempite di polizia, le prigioni di oppositori. L’anno dopo il regime arriva a dirottare un aereo di linea per arrestare un giornalista a bordo. L’Europa risponde con sanzioni mirate contro il regime, e la Svizzera, ancora una volta, le riprende.

Qui non c’è nemmeno una guerra: nessun conflitto, nessun belligerante, il diritto della neutralità non c’entra nulla. Eppure l’iniziativa ci avrebbe imposto l’immobilità, perché nessuna sanzione contro Minsk avrebbe mai superato lo scoglio del veto.

L’iniziativa non restituisce alla Svizzera la sua sovranità, la consegna a chiunque disponga di un diritto di veto. Ma la domanda decisiva non è a chi deleghiamo la decisione. È accanto a chi ci ritroveremmo.

In entrambi i casi, accanto al regime isolato ci sarebbe stato un secondo Paese fuori dal coro: il nostro. Non per aver giudicato diversamente, ma per esserci vietati di giudicare. Nessuno, in Svizzera, vuole passare per compagno di strada di Assad o di Lukashenko. Eppure è l’immagine che quell’articolo ci cucirebbe addosso, caso dopo caso.

La Svizzera non può essere un Paese che si limita a non partecipare. È il Paese della Croce Rossa, della Ginevra umanitaria, dei buoni uffici: tutte cose nate da una scelta, non da un’astensione. La nostra tradizione non è il silenzio, è la solidarietà.

E la solidarietà, per esistere, ha bisogno che ci sia ancora permesso di dire da che parte sta il torto. La neutralità è nata per non schierarsi fra due eserciti in campo, non per non distinguere fra chi bombarda i propri cittadini e i cittadini bombardati.

Uno Stato che si obbliga a tacere non diventa neutrale: diventa assente. E più piccolo.

Emanuele Stauffer
Avvocato

Non è una votazione su neutralità o NATO

Non è una votazione su neutralità o NATO

Il 27 settembre non voteremo se la Svizzera debba o meno essere neutrale: lo è e continuerà ad esserlo, indipendentemente dall’esito della votazione. E non voteremo nemmeno sull’adesione alla NATO. Vale la pena ribadirlo, perché la campagna sull’iniziativa per la neutralità rischia di creare esattamente questa impressione: da una parte chi vuole difendere la neutralità svizzera, dall’altra chi vorrebbe abbandonarla e avvicinare il nostro Paese alla NATO.

È una contrapposizione suggestiva, una geniale trovata da campagna di votazione, ma sbagliata nei fatti. La neutralità svizzera esiste oggi, è riconosciuta internazionalmente ed è ancora ancorata nel nostro ordinamento giuridico. La domanda sulla quale voteremo è un’altra: vogliamo iscrivere nella Costituzione una definizione molto più rigida di quanto preveda il diritto vigente e limitare così il margine di manovra della Svizzera?

L’iniziativa vuole limitare fortemente la possibilità della Svizzera di adottare sanzioni contro Stati belligeranti, ammettendo sostanzialmente solo quelle decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Significherebbe nei fatti rinunciare volontariamente a una parte della nostra libertà d’azione in politica estera e renderla dipendente dalle cinque potenze permanenti del Consiglio di sicurezza, Russia e Stati Uniti compresi, che dispongono del diritto di veto.

È anche sulla NATO vale la pena essere chiari. Si può essere contrari all’adesione della Svizzera alla NATO — io lo sono — e allo stesso tempo respingere questa iniziativa. Tra entrare in un’alleanza militare e legarsi le mani in politica estera c’è un grande spazio. È proprio lì che una Svizzera neutrale deve poter decidere autonomamente come difendere i propri interessi.

Il mondo nel quale la neutralità svizzera deve funzionare è diventato più instabile. La guerra in Europa, le tensioni tra grandi potenze, l’indebolimento del multilateralismo e del diritto internazionale, la guerra digitale rendono più difficile prevedere quali crisi dovremo affrontare tra dieci o vent’anni. È quindi singolare scegliere proprio questo momento per stabilire nella Costituzione quali strumenti un futuro Consiglio federale e un futuro Parlamento potranno o non potranno utilizzare di fronte a situazioni che ancora non conosciamo. Ed essere neutrali non significa decidere in anticipo di non decidere.

Significa poter valutare autonomamente, caso per caso, come difendere gli interessi della Svizzera rispettando gli obblighi che derivano dalla neutralità. Questa capacità di giudizio non indebolisce la neutralità, ma ciò che le permette di funzionare.

Per questo il 27 settembre la scelta non sarà tra neutralità e NATO. Sarà tra mantenere la libertà di azione che la neutralità ci lascia oggi e pietrificarla nella Costituzione.

Per difendere la neutralità non abbiamo bisogno di legarci le mani.

Greta Gysin
Consigliera nazionale Verdi

Sì alla pace, no alla guerra!

Sì alla pace, no alla guerra!

… come cantavano gli anarchici cacciati da Lugano: “Andrem di terra in terra, a predicar la pace ed a bandir la guerra!”. Ma qui – a sorpresa – è l’UDC, o meglio il suo patron, l’ex consigliere federale Christoph Blocher, a presentarsi come pacifista con tanto di colomba e ramoscello d’ulivo. Lascio ad altri, più preparati, affrontare e smontare il mito della neutralità svizzera. Mito pieno di compromessi, del tutto opportuni, per proteggere il nostro Paese. C’è un fatto che mi preme sottolineare, ed è il capoverso 3 dell’iniziativa: “La Svizzera non partecipa a scontri militari tra Stati terzi e non adotta neanche misure coercitive non militari nei confronti di Stati belligeranti”.

Non partecipare a scontri aperti, è il succo della neutralità militare, che nessuno ha mai messo in dubbio. Ma non adottare «misure coercitive non militari», cioè le famose «sanzioni» è un problema. Si tratta di fatto solo di quelle dell’Unione europea, perché di sanzioni dell’ONU, con il veto incrociato di Usa e Federazione russa, non se ne vedono proprio. Di fronte a una patente violazione del diritto internazionale, essere neutrali non significa essere al di sopra delle parti, ma prendere la parte dell’aggressore. E rinunciare in questo momento a partecipare alla solidarietà europea con l’Ucraina significa isolare il nostro Paese dagli unici amici che abbiamo. Per la Svizzera, anche in vista di una difesa comune, indipendentemente dai nuovi centri di potere, la solidarietà con l’Unione europea è un elemento fondamentale della nostra sicurezza. Ed è noto che sono proprio la Federazione russa e l’amministrazione Trump a voler indebolire e frammentare il continente europeo. Un no chiaro all’iniziativa “pro Putin”.

Carlo Lepori, La Regione 17 settembre
Fonte: https://ps-ticino.ch/si-alla-pace-no-alla-guerra/

Io dico no

Io dico no

Ingessare la neutralità nella Costituzione per trasformarla in un dogma intoccabile. È questo l’obiettivo degli alabardieri dell’Udc che avanzano con l’alabarda in resta: escludere ogni sostegno, ogni sanzione, ogni presa di posizione. Vogliono imporci l’egoismo nazionale come regola aurea. Io dico no. Voto no a questa caricatura della buona politica. La neutralità è legittima solo finché non calpesta la dignità umana e il diritto internazionale. Oltre quel confine, la presunta imparzialità si svela per quello che è: pura indifferenza. E l’indifferenza, di fronte al sopruso, è complicità.

La favola della neutralità “immutabile” è una clamorosa distorsione della storia: la nostra tradizione non è mai stata un fossile immobile, ma si è sempre adattata ai tempi, dalla Società delle Nazioni all’Onu. La neutralità non è una pietra tombale, ma uno strumento dinamico che l’esecutivo deve poter modulare di fronte ai mutamenti delle contingenze. E l’articolo 54 della nostra Costituzione parla chiaro: la politica estera deve promuovere la democrazia e i diritti umani, non servire da pretesto per il disimpegno e per voltarsi dall’altra parte. Troppe volte, in questi ultimi tempi la Svizzera l’ha fatto, e non è il caso di insistere. Io seguo quanto disse nel 1986 lo scrittore e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace, Elie Wiesel: “Dobbiamo sempre prendere posizione. La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia il tormentatore, mai il tormentato”. E quando le vite umane sono in pericolo, “i confini nazionali e le sensibilità diventano irrilevanti”.

Lo Stato democratico non può abdicare ai propri principi. Eppure assistiamo a un cortocircuito osceno: gli stessi che pretendono il diritto alla difesa armata del nostro Paese e invocano (…) (…) il soccorso altrui in caso di pericolo, negano ogni sostegno all’Ucraina invasa e privilegiano un silenzio di comodo sui massacri a Gaza e in altre parti del mondo. In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Rifiutare le sanzioni, isolarsi e lavarsene le mani non ci rende super partes: ci rende moralmente e strategicamente parassiti della sicurezza altrui. L’alibi dell’isolamento felice trasuda ipocrisia e opportunismo contabile. Che credibilità può avere un Paese che, in nome dei “buoni uffici”, si estranea dal mondo e rinuncia a denunciare le violazioni del diritto? Chi rinuncia al giudizio etico non è un mediatore: è semplicemente il notaio del più forte.

La nostra vera identità non è la fortezza muta e pavida. È la tradizione umanitaria di Ginevra, è l’eredità di Henri Dunant. La neutralità autentica non è disimpegno, ma attivo impegno. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati. Votare no significa respingere la falsificazione della storia, difendere la Costituzione e salvare la nostra autorità morale. Un Paese che tace per convenienza non è neutrale: è soltanto irrilevante.

17.09.2026 – Andrea Ghiringhelli

Nell’immagine: soli al mondo (illustrazione da Republik.ch)

VOGLIAMO ALTRI BIMBI DEPORTATI IN RUSSIA?

VOGLIAMO ALTRI BIMBI DEPORTATI IN RUSSIA?

Putin, guerra contro l’Europa. Il governo inglese raccomanda le scorte di viveri, Svezia e Finlandia sono entrate nella Nato, Repubbliche baltiche e Polonia organizzano corsi di autodifesa per i civili. Putin ha organizzato la deportazione in Russia di 20.000 bambini ucraini. Putin sostiene pubblicamente l’iniziativa di Blocher: insieme, Putin e Blocher si oppongono alle sanzioni per bloccare la guerra russa. Putin rivuole la Cortina di ferro. Blocher vuole difendere le sue due società in Russia.

«Aspirante Bernasconi, sappia che, in caso effettivo, il nostro esercito sarà a fianco della NATO». Così venni zittito, alla Scuola Ufficiali di Zurigo, dal Comandante della Scuola, colonnello brigadiere Zollikofer. Era il 1964. Da allora, quante centinaia di esercitazioni dell’esercito svizzero in cui si combatteva, noi come «Azzurri» contro i «Rossi», intesa l’Armata russa. Ma se alla neutralità non ci credevano nemmeno i nostri Alti Gradi, perché dovrebbero crederci gli altri Paesi? Blocher ignora le esercitazioni dell’esercito svizzero congiunte con la NATO in Sardegna, nel 2006, in Germania nel 2020, in Svezia e in Italia nel 2023, in Portogallo nel 2025 nonché le esercitazioni NATO CMX 2g di gestione delle crisi nel 2001, 2005, 2008, 2010 e marzo 2025.

La NATO non tollera una lacuna difensiva dall’Europa orientale sino all’Austria e alla Svizzera. Secondo Blocher, la neutralità ci ha salvato da due guerre mondiali. E sostiene anche che l’esercito di uno Stato neutrale deve essere così forte da dissuadere l’esercito aggressore almeno infliggendogli gravi danni. Ma in questi ottant’anni la guerra militare e la guerra economica sono cambiate totalmente. Per di più, sempre Blocher, proprio nella sua intervista al Corriere del Ticino, sostiene che l’esercito svizzero di oggi non sarebbe in grado di respingere un aggressore. Persino il pur formidabile esercito ucraino cagiona immensi danni all’Armata Rossa, ma senza fermare la guerra. Ma uno sciame di droni e di missili a lunga gittata possono distruggere e paralizzare la Svizzera senza che la Russia perda un solo uomo. Anche perché l’esercito svizzero non dispone né di droni né di missili.

Intanto, il Capo dei Servizi Segreti svizzeri allerta: il nostro Paese è sotto attacco mediante la guerra ibrida russa: Berna ospita uno dei principali avamposti dei servizi segreti russi (GRU). Putin fa ammazzare ogni giorno centinaia di civili ucraini, calpesta le convenzioni di Ginevra così come calpesterà l’articolo costituzionale sulla neutralità proposto da Blocher. Ne abbiamo abbastanza per votare contro questa iniziativa.

Paolo Bernasconi
prof. dr. iur. h.c.

La pace richiede più di una colomba

La pace richiede più di una colomba

Una colomba bianca spicca sui manifesti a favore dell’iniziativa sulla neutralità. Il simbolo è ben scelto. O meglio, abilmente stravolto. Perché la pace non si riduce all’assenza di guerra, così come la neutralità non consiste nel distogliere lo sguardo quando il diritto internazionale umanitario viene calpestato.

Per Amnesty International, l’iniziativa pone un problema fondamentale. Se approvata, essa limiterebbe la capacità della Svizzera di reagire, con mezzi non militari, ai crimini di guerra e alle gravi violazioni dei diritti umani. Le sanzioni economiche o diplomatiche risulterebbero più difficili da adottare, mentre le esportazioni di armi verso Stati coinvolti in conflitti potrebbero rimanere possibili in determinate circostanze, alla luce dell’allentamento della legge sul materiale bellico approvato dal Parlamento alla fine del 2025. Il paradosso è lampante: questo allentamento è stato sostenuto da alcune delle forze politiche che oggi si presentano come paladine della pace.

Le sanzioni non sono una soluzione perfetta. Sono però uno degli strumenti pacifici a disposizione della comunità internazionale per rispondere a gravi violazioni del diritto internazionale e combattere l’impunità. Esse diventano particolarmente importanti quando il Consiglio di sicurezza dell’ONU è paralizzato, per esempio quando uno dei suoi membri permanenti è parte in causa nel conflitto.

L’iniziativa solleva inoltre una questione di coerenza per la Svizzera. In qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, il nostro Paese ha una responsabilità specifica nella difesa del diritto internazionale umanitario. La Svizzera è anche un importante centro finanziario, oltre a svolgere un ruolo centrale nel commercio mondiale delle materie prime. Rinunciando a riprendere determinate sanzioni internazionali, la Svizzera potrebbe rendere più facile eluderle e offrire rifugio a persone o imprese che ne sono oggetto.

La neutralità non obbliga la Svizzera a rimanere passiva. Essa deve essere conciliata con gli altri impegni internazionali del Paese, in particolare quelli derivanti dalle Convenzioni di Ginevra e dallo Statuto di Roma che istituisce la Corte penale internazionale. Difendere questi impegni non significa schierarsi, equivale a difendere regole che la Svizzera stessa ha contribuito a costruire.

Questa responsabilità è ancor più grande ora, mentre assistiamo all’avanzata delle tendenze autoritarie e vediamo i meccanismi multilaterali essere messi apertamente in discussione. In un contesto del genere, il ripiegamento su sé stessi non protegge né il diritto internazionale né le popolazioni civili.

La neutralità non può diventare un pretesto per l’inazione. Di fronte ai crimini di guerra e alle gravi violazioni dei diritti umani, la Svizzera deve mantenere la propria capacità di agire. Difendere il diritto internazionale fa parte del DNA del nostro Paese. E la pace si costruisce innanzitutto attraverso il diritto, la diplomazia e la solidarietà internazionale. Una colomba in trompe-l’œil su un manifesto non basterà.

Omnes pro uno

Omnes pro uno

Neutralità: l’unica cosa veramente in ballo sono interessi squisitamente privati. Ancora una volta andiamo a votare per quelli. Andrebbe cambiato il motto sulla cupola a Palazzo federale

In sintesi:

  • Non è un caso se l’iniziativa sia stata messa in moto subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina
  • Partiti così attenti alla nostra sovranità vogliono che la decisione di imporre sanzioni o di non farlo sia soggetta a diritto di veto di altri Stati
  • Saremo fortunati se non verremo additati come Stato canaglia a nostra volta

Tra poco meno di due settimane andremo a votare sull’iniziativa per la neutralità. L’iniziativa chiede di inserire nella Costituzione che la Svizzera sia dotata di una neutralità permanente e armata (come ora), non aderisca ad alleanze militari (come ora), non partecipi a scontri militari tra Stati terzi (come ora) e non adotti sanzioni nei confronti di Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle decise dall’Onu (novità). Questo garantirebbe secondo gli iniziativisti alla Svizzera di poter offrire i propri “buoni uffici” in qualità di mediatore. L’Onu ha 5 membri permanenti che hanno diritto di veto. Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Dall’annessione russa della Crimea, la Russia ha esercitato il diritto di veto in diverse risoluzioni riguardanti l’Ucraina impedendone l’adozione, nonostante la maggioranza dei membri del Consiglio di sicurezza fosse a favore. Quindi, dire che bisogna aderire solo alle sanzioni Onu, in definitiva è un modo elegante di dire che non si vogliono sanzioni se non c’è di mezzo l’Isis. Non è un caso che l’iniziativa sia stata messa in moto subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il volto dell’iniziativa sia Christoph Blocher. Dallo scoppio della guerra, gli stabilimenti russi di Ems-Chemie, di proprietà della famiglia Blocher, hanno continuato a operare come se niente fosse. Secondo un’inchiesta del portale Republik.ch, tra i loro clienti figuravano quattro aziende russe sottoposte a sanzioni svizzere ed europee per i loro legami con la produzione bellica russa. Le due società russe della famiglia Blocher hanno versato dividendi alla casa madre per più di due milioni l’anno. Blocher è il maggior finanziatore della campagna per l’iniziativa: ha messo infatti di tasca sua due dei 3,8 milioni dichiarati per la campagna (più del doppio di quanto a disposizione dei contrari). A essere cinici si potrebbe quindi far notare come i soldi che sono serviti a tappezzare la nazione di colombe della pace arrivino con ogni probabilità anche da profitti derivati dall’invasione russa in Ucraina. Attualmente la Svizzera decide in modo indipendente se e come sanzionare Stati che violano il diritto internazionale. Certo, per la maggior parte lo fa applicando le stesse sanzioni di altri Stati europei, ma lo fa per un motivo molto semplice: non farlo equivarrebbe a fornire una scappatoia. È quindi perlomeno curioso che partiti così attenti alla nostra sovranità vogliano che la decisione di imporre sanzioni o di non farlo sia soggetta a diritto di veto di Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, rimettendo così la nostra autonomia decisionale completamente nelle mani di altri. E che dire dei buoni uffici? Quale capacità di mediazione credete ci potrà dare nella comunità internazionale il fatto di diventare un centro per l’elusione di sanzioni di tutti quelli che commettono crimini di guerra? Quanto saremo credibili come mediatori neutrali quando verremo semplicemente visti come facilitatori dei peggio galantuomini sulla faccia della terra? Saremo fortunati se non verremo additati come Stato canaglia a nostra volta. Quello dei buoni uffici da preservare è solo uno dei tanti argomenti fantoccio di un’iniziativa che ha come propaganda pretestuosi richiami alla pace e ridicolaggini basate sulla paura, come trasformare Piazza federale in un cimitero militare o andare in Tv ad affermare che se non passa l’iniziativa “i vostri figli andranno in guerra”. L’unica cosa veramente in ballo sono interessi squisitamente privati. Ancora una volta andiamo a votare per quelli. Va cambiato il motto sulla cupola a Palazzo federale: ‘Uno per tutti. Tutti per Blocher’ 

Francesco Sottobosco
14 settembre 2026

Fonte: https://www.laregione.ch/opinioni/commento/1949883/iniziativa-sanzioni-stati-blocher-omnes

Guerra e pace: la campagna è partita

Guerra e pace: la campagna è partita

Mi immagino già gli strateghi della campagna per l’iniziativa sulla neutralità mentre preparano una nuova offensiva mediatica a colpi di milioni di franchi. Dopo essersi presentati come difensori della “sostenibilità” in occasione dell’iniziativa bocciata lo scorso giugno, questa volta scelgono di vestire i panni dei “portavoce della pace”: no alla guerra, sì all’iniziativa per la neutralità. Peccato che, dietro uno slogan semplice e condivisibile, si nasconda una modifica sostanziale della politica estera svizzera. L’iniziativa prevede infatti che la Svizzera non adotti sanzioni nei confronti di Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, un organo nel quale siedono in modo permanente con diritto di veto Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti, ossia alcune delle principali potenze coinvolte direttamente o indirettamente nei conflitti internazionali più rilevanti degli ultimi anni. In pratica, verrebbe fortemente ridotta la possibilità della Svizzera di adottare misure contro Stati che violano il diritto internazionale.

A questo punto sorge pure una domanda: se la neutralità viene interpretata come non-interferenza nei conflitti altrui, perché dovremmo rinunciare alle sanzioni, ma non all’esportazione di materiale bellico? La domanda è particolarmente attuale alla luce delle recenti modifiche sulla normativa federale sul materiale bellico. In precedenza, la legge stabiliva che non poteva essere rilasciata alcuna autorizzazione per esportazioni verso Paesi coinvolti in un conflitto armato. Tuttavia, il 19 dicembre 2025 il Parlamento ha approvato una revisione che concede agli Stati partner elencati in un allegato dell’Ordinanza sul materiale bellico, ampliato il primo luglio 2026, di continuare a ricevere materiale bellico svizzero anche se coinvolti in un conflitto armato, a condizione che tale materiale non venga impiegato nel conflitto stesso e che siano rispettati i diritti umani e altri obblighi internazionali della Svizzera. E non sorprende che nel 2025 le esportazioni svizzere di materiale bellico abbiano raggiunto 948,2 milioni di franchi verso 64 Paesi, con un aumento di quasi il 43% rispetto all’anno precedente.

L’iniziativa sulla neutralità viene presentata come uno strumento per promuovere la pace, ma se l’obiettivo dell’iniziativa è davvero quello di dire no alla guerra, vale la pena chiedersi se limitare le sanzioni sia la priorità, mentre continuiamo ad allentare le restrizioni sull’esportazione di materiale bellico, rischiando così di subordinare la politica estera agli interessi dell’industria. La realtà è che l’effetto più concreto dell’iniziativa sarebbe quello di privare la Svizzera di uno degli strumenti di pressione politica di cui dispone. Verrebbe ridotto il margine d’azione del Consiglio federale e, con esso, la capacità della Svizzera di contribuire attivamente alla prevenzione dei conflitti e alla promozione dei diritti umani.

di Gloria Bernasconi Ghelmini,
comitato Pvl Ticino

Putin minaccia la Svizzera e sostiene l’iniziativa di Blocher

Putin minaccia la Svizzera e sostiene l’iniziativa di Blocher

Benedikt Roos: “La Svizzera è un obiettivo per Mosca”

Per il capo dell’esercito elvetico, intervistato dal portale SRF, “ci sono obiettivi che un attore di primo piano in questo gioco di potere globale potrebbe prendere di mira”

La Svizzera è nel mirino della Russia e la popolazione elvetica non è ancora consapevole del pericolo. È il pensiero del capo dell’esercito Benedikt Roos, che vede il Paese esposto a minacce ibride e militari, mentre la popolazione fatica a percepire la gravità di una crisi che lui considera imminente.

“Sono preoccupato”, afferma il comandante di corpo in un’intervista di SRF. “Dobbiamo partire dal presupposto che nella Confederazione ci siano obiettivi che un attore di primo piano in questo gioco di potere globale potrebbe prendere di mira”.

La Svizzera – chiede il giornalista – è un obiettivo per Mosca? “Sì”, risponde il 61enne. “È una lotta tra sistemi: il mondo liberale e democratico contro quello autocratico. Più che mai facciamo parte del mondo occidentale e siamo quindi un potenziale bersaglio”.

Ma perché – insiste il cronista di SRF – la Russia dovrebbe attaccare la Confederazione? “La Svizzera dispone di infrastrutture critiche importanti per l’intera Europa: la distribuzione di elettricità e gas, i principali collegamenti nord-sud, i grandi centri dati. Chi volesse destabilizzare l’Europa potrebbe agire proprio su questi punti”, chiosa il graduato che dal gennaio scorso è alla testa dell’esercito.

Droni e infrastrutture critiche

A Lipsia, in Germania, sono stati rinvenuti dei droni contenenti esplosivo. “Rileviamo più attività in questo settore. Abbiamo più voli di droni su infrastrutture critiche. Fortunatamente senza bombe, ma potrebbe succedere anche da noi”. Sui sorvoli non autorizzati di droni delle installazioni militari, precisa: “In circa l’80% dei casi si tratta di aeromobili pilotati da turisti o privati. Ma per il 20% non siamo sicuri e non possiamo attribuirli con chiarezza. Stiamo perseguendo alcuni casi penalmente in collaborazione con la polizia e non sappiamo ancora chi ci sia dietro”.

Il ritardo delle forze armate elvetiche nella difesa anti-droni preoccupa lo stesso Roos. “Stiamo potenziando le capacità. Il numero di piccoli droni da ricognizione in dotazione alle truppe è decuplicato in un anno. Ora dobbiamo fare progressi nella difesa contro i droni. Questa è una delle lacune che dobbiamo colmare con urgenza”.

Interrogato su una precedente affermazione secondo cui la Svizzera non avrebbe nulla in termini di difesa antimissile, l’alto ufficiale conferma: “Sì, è così, quando parliamo della difesa contro i missili da crociera o balistici. Qui abbiamo grandi lacune. Il nuovo sistema Patriot subisce ritardi e diventa più costoso: stiamo quindi valutando alternative per colmare più rapidamente questa lacuna”.

La preoccupazione maggiore, però, resta a suo avviso la scarsa coscienza della situazione da parte della popolazione. “Questo è il punto decisivo. La consapevolezza non c’è ancora. Non siamo più un’isola di beatitudine. Per nostra fortuna non abbiamo più memoria di cosa significhi la guerra. La consapevolezza che la Svizzera potrebbe entrare in una crisi non è ancora abbastanza radicata”, conclude l’ex comandante di reparti di blindati.

Fonte: https://www.rsi.ch/info/svizzera/Benedikt-Roos-%E2%80%9CLa-Svizzera-%C3%A8-un-obiettivo-per-Mosca%E2%80%9D–4068589.html